L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

Brasile, 1970. Una nazione intera si prepara a quelli che saranno i mondiali dei fasti e trionfi, con una squadra di assoluti fuoriclasse che resterà nella storia del calcio. Mauro, un ragazzino medio borghese figlio di attivisti di sinistra, passa gran parte del suo tempo a curare la sua collezione di figurine e giocare con accendini, bottoni e monetine, simulando sul tavolo le gesta di Pelè e Tostao. Sono queste le uniche preoccupazioni che affollano la sua mente, ignara della degenerazione del regime dittatoriale nel suo paese, della guerra del Vietman, del continuo scontro politico. Proprio in quegli anni il Brasile affronta i peggiori attentati contro i diritti del cittadino e la libertà di espressione; il governo militare utilizza tattiche di repressione abbattendo ogni resistenza con gli strumenti della prigionia preventiva, tortura, esilio.
Mauro non sa nulla di queste cose, il suo sogno più grande è vedere il Brasile alzare per la terza volta la Coppa del Mondo. I suoi genitori, ricercati dalla polizia, sono costretti a far perdere le loro tracce, ad “andare in vacanza”. Mauro viene affidato al nonno Mòtel che però, in “virtù” del suo solito tempismo, muore proprio mentre il ragazzino viene lasciato davanti alla sua porta di casa. Solo e senza la possibilità di informare i genitori, Mauro trascorre dei mesi nel quartiere del Bom Retiro, a San Paolo, un vero crogiolo di culture etniche diverse (afro, ebrei, greci, arabi, italiani) che convivono pacificamente.
Aspettando la fatidica telefonata dei genitori, il ragazzo viene a contatto con una serie di personaggi che, in un modo o nell’altro, concorreranno alla sua formazione: la piccola Hanna, una scaltra bambina con il gusto per gli affari; Italo, figlio di un italiano e giovane militante di sinistra; Irene, prosperosa ragazza di origine greca che infiamma i cuori di tutto il quartiere; il Rabbino, tifoso sfegatato dei Corinthian. L’incontro con il vecchio Shlomo, un impiegato della Sinagoga che dopo qualche iniziale ritrosia si prende cura di lui, è anche l’incontro con una comunità ebraica che accoglie Mauro senza indottrinarlo o costringerlo a sposare la propria fede, limitandosi a cambiare il suo nome in Moishele, ovvero colui che è stato salvato dalle acque del Nilo galleggiando in un cesto di canne.
Il regista Cao Hamburger, al suo secondo film dopo Ra- Tim- Bum, The Movie (1999, non distribuito in Italia) e una lunga attività televisiva, opta per un tono da commedia agrodolce e per una narrazione leggera, sottile, dove lo sfondo politico è presente soprattutto nelle situazioni quotidiane del protagonista, nella sua progressiva integrazione in un nuovo contesto urbano. Più che un’iniziazione alla vita, il film si occupa dell’esilio come condizione mentale e non solo fisica, della scoperta transitorietà della vita e dell’importanza di conoscere gli altri. Il cinema ci ha mostrato spesso ragazzi come Mauro affrontare il difficile passare dall’infanzia all’adolescenza in situazioni di difficoltà e solitudine; dopo l’iniziale volontà di “fare da solo” (Mauro cerca maldestramente di cuocere una frittata e finisce per bruciarsi una mano), il protagonista comprende che allacciare rapporti con gli altri individui (anche con dosi di furbizia e opportunismo) è il segreto per adeguarsi alle situazioni e resistere alla disperazione. Insomma, in Mauro coincidono mondo interno e esterno, la realtà e il sogno; è da ciò che trae forza e vigore.
La sua crescita ha luogo nel continuo rapporto con un particolare ambiente; come “animale lamarckiano” si adatta in continuazione a situazioni che escono dalla sua vita ordinaria. Nelle ultime scene la sopraggiunta maturità ci viene mostrata da un episodio piccolo ma significativo; Mauro ha preparato la colazione per Italo, il giovane attivista ferito negli scontri con la polizia del giorno precedente. Sul tavolo c’è del pesce e del caffé; la stessa colazione che Mauro aveva ricevuto da Shlomo il primo giorno di permanenza nel quartiere. Allora il ragazzino aveva guardato il cibo offerto con nausea; ora lo offre al giovane usando le stesse parole pronunciate dall’anziano («Mangia il pesce, fa bene al cervello!»). Così come la doccia con l’acqua gelata, l’iniziazione sessuale sbirciando le donne che si provano i vestiti nel negozio, l’impatto con nuove amicizie; le difficoltà si tramutano in esperienze positive e fonti di conoscenza. Il film rende perfettamente l’aspetto ciclico della nostra esistenza, fatta di stagioni e di scoperte; la vita non è come un gioco solitario, ma integrazione di gruppi diversi, che siano etnici, religiosi, d’opinione. Oltre le divisioni politiche e religiose c’è una solidarietà tra individui imprescindibile.
Temi forti e importanti, ma trattati con leggerezza, umorismo; prendiamo ad esempio la scena della partita di calcio tra italiani ed ebrei. I primi sembrano superiori, ma ad tratto gli ebrei schierano il loro punto di forza: Edgar, un fortissimo portiere di colore che si esibisce in grandi parate. Tra rabbini che esultano, greci, portoghesi, italiani, Bom Retiro sembra davvero una Babele pacifica e comunitaria, unita nel tifo verso la patria che ha accolto queste genti diverse. Ma giungono inesorabili i tentacoli della dittatura, che soffocano le diversità culturali e impongono un ferreo controllo ideologico. Il regista narra questi elementi attraverso gli occhi di Mauro, che riesce a collegare i singoli episodi di violenza solo al termine del film. Dopo la finale con la vittoria del Brasile, il ragazzo torna a casa e ritrova la madre a letto, probabilmente reduce dalla prigionia e condannata all’esilio. L’appartamento del Bom Retiro viene chiuso forse per sempre, Mauro sale con la madre sull’auto che lo porterà in nuovi posti sconosciuti. Il ragazzo capisce che la “vacanza” ora è “esilio”, e che forse il ritorno di suo padre non avverrà mai.
L’opera mostra la versatilità di un cinema brasiliano sempre più aperto ai mercati internazionali e a nuovi generi. L’anno in cui i miei genitori sono andati in vacanza è il film che non ti aspetti, ben scritto e girato con notevole cura. Ha una luce tenue, colori terrosi e lividi, inquadrature espressive senza voler strafare a livello visivo. E soprattutto ha nei ragazzi Michel Joelsas (Mauro) e Daniela Piepszyk (Hanna) interpreti eccezionali, disinvolti, espressivi e di grandissimo talento. Gli occhi di Mauro ci trasmettono una grande emozione, colgono Storia e Vita, ragione e sentimento, in un cinema che guarda all’esistenza umana nella sua interezza e universalità.
(O ano em que meus pais saíram de férias) Regia: Cao Hamburger; sceneggiatura: C. Hamburger, C. Galperin; fotografia: A. Goldman; montaggio: D. Rezende; interpreti: M. Joelsas (Mauro) G. Haiut (Shlomo) P. Autran (Nonno Mótel) D. Piepszyk (Hanna) S. Spoladore (Bia) L. Castro (Irene) E. Moreira (Daniel); musiche: B. Villares; distribuzione: Lucky Red ; origine: Brasile, 2006; durata: 104’; web info: sito ufficiale italiano
