L’uomo dell’anno

Il giullare a corte, il giullare che diventa re: Dario Fo sarebbe probabilmente compiaciuto della favola di Barry Levinson. Il concetto alla base del L’uomo dell’anno altro non è che il salto della palizzata, il passaggio di ruolo che compie il comico che, da osservatore critico della cosa pubblica, decide di esserne il fautore e, in qualche modo, l’ispiratore.
Il comico televisivo Tom Dobbs (Robin Williams) incalzato da una spettatrice del suo show, decide di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti come indipendente. Contemporaneamente la programmatrice Eleanor Green (Laura Linney) si rende conto che il sistema elettronico di votazione, da lei creato, presenta un malfunzionamento che potrebbe far sballare i risultati delle imminenti elezioni presidenziali.
La dimensione rappresentativa del film è quella della favola. Tutto il racconto è un lungo flash-back cui l’istrionico Chistopher Walken dona una componente fantastica e quasi mitica. Tutto però risulta, al tempo stesso, quasi sempre troppo sdolcinato, leggero, impalpabile. La struttura della commedia, infatti, non riesce a portare al film quella forza e quel pathos indispensabili per far prendere coscienza allo spettatore delle contraddizioni del mondo che lo circonda e di cui il film si fa portavoce. Conseguentemente, tutti gli elementi trattati nella pellicola risultano, alla lunga, banali, scontati, in qualche modo facili e non lasciano nulla alla riflessione ma, si esauriscono al contrario nella soluzione di un impegno civile abbastanza generico.
Interessante è invece il ruolo e la forza che il comico assume sull’opinione pubblica americana: una forza efficace e decisiva nell’evoluzione di qualsiasi processo democratico, una forza in grado di muovere le coscienze e di sviluppare quel senso critico che fa da contraltare a quei processi di seduzione e fascinazione operati dalle strutture politiche. Ancora più ficcante e suggestiva è la scelta del Saturday Night live che sembra essere quasi l’unico teatro dove possa rivelarsi la verità. Come a dire che solo nel tempio della risata è davvero possibile parlare in maniera sincera alla popolazione e solo ai comici è consentito essere degni oracoli e portatori di verità.
A tal riguardo potrebbe essere interessante confrontare gli esiti di questo film con quelli della serie televisiva della NBC Studio 60 on Sunset Strip che mette in luce in maniera attenta proprio quell’elemento civico che dovrebbe assumere la comicità televisiva.
Se importanti e sinceri risultano gli intenti, deludente risulta la messa in scena. Il film perde efficacia proprio nel suo volgersi via via a toni sempre più deboli e sdolcinati, mancanti di mordente e con un happy-end decisamente poco tollerabile.
Tuttavia tutto il cast appare vivace ed intenso, specie per quanto riguarda le seconde linee (Goldblum e Walken) capaci spesso di rubare la scena al protagonista e di regalare interpretazioni indimenticabili. Due momenti su tutti: quando Jeff Goldblum prova a convincere la protagonista sul giusto operato della ditta e quando Christopher Walken abbozza un ballo stando sulla sedia a rotelle, proprio come aveva già fatto fantasticamente nel video Weapon of Choice di Spike Jonze.
(Man of the year); Regia: Barry Levinson; sceneggiatura: Barry Levinson; fotografia: Dick Pope; montaggio: Steven Weisberg; musica: Grame Ravell; interpreti: Robin Williams (Tom Dobbs), Chistopher Walken (Jack Menken), Laura Linney (Eleanor Green), Jeff Goldblum (Alan Stewart); produzione: James G.Robinson; distribuzione: Medusa; origine: U.S.A.; durata: 115 min; web info: sito ufficiale
