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Torino 32 - La Chambre Bleue - Festa Mobile

Pubblicato il 24 novembre 2014 da Fabiana Sargentini


Torino 32 - La Chambre Bleue - Festa Mobile

Attrazione fatale versione francese: colto, letterario, all’ultimo respiro. La chambre bleu, tratto dal famoso libro di Georges Simenon pubblicato nel 1964 che Mathieu Amalric traspone fedelmente per il cinema, attualizza le atmosfere dello scrittore francese in un noir luminoso, dando luce anche agli interni della stanza blu dell’alberghetto di provincia in cui Julien e Esther, ambedue sposati con altri, si amano passionalmente, senza freni, senza veli (vediamo entrambi nella loro nudità totale, violando una legge non detta del cinema contemporaneo per cui le star non si spogliano mai veramente, al massimo prendono in prestito corpi di altri per dettagli fittizi), senza limiti né confini. Clamorosa la prima scena: ansimi crescenti fino al climax dell’orgasmo fuori campo su quadri fissi di interni: scale, porte, dettagli di tappezzeria celeste fino ad un rantolo maschile dovuta a un morso d’amore, di possesso, di brama violenta e un po’ maniaca, sul labbro di lui - come lo giustificherà con la moglie a casa? La voce fuori campo del dialogo degli amanti proibiti ci conduce in uno scambio di battute programmatico: "Vorresti vivere con me per sempre?"

"Si"

"Sicuro?"

"Si"

"Non avresti un po’ paura?"

"Di cosa?"

"Immagini come sarebbero le nostre giornate?"

"Ci stancheremmo"

"Di cosa?"

"Di noi".

A metà film Julien, per davvero o per fingersi innocente non saremo tenuti a sapere, sconfesserà questo dialogo attraverso risposte automatiche date dopo il sesso. Nel corpo sinuoso e morbido della donna (Stéphanie Cléau per la prima volta sullo schermo, di professione sceneggiatrice, vera compagna di vita del regista e protagonista) si scolpisce questo diktat amoroso con la valenza funesta di un presagio. Da quella prima scena il racconto procede per flash-back: si capisce che Julien è imprigionato, che viene interrogato in maniera incalzante, con metodi gentili ma insinuanti, da un giudice riguardo a qualcosa di male accaduto presumibilmente attraverso la sua mano. Sveliamo i fatti poco alla volta, in un crescendo di tensione tutta consumata alla luce del sole. Forse questa una delle soluzioni più felici di un film teso e compiuto, recitato divinamente: il rovesciamento dello stereotipo del film noir cupo, d’atmosfera, tinto di toni angosciosi: qui tutto avviene in luce, le liti, il segnale dell’asciugamano rosso appeso alla finestra, la camera blu affacciata sul centro del paese, amplessi consumati nella cornice dalla finestra, alla faccia della segretezza. Un film di dettagli e aperture, di paesaggi e di tranci di pelle irriconoscibile, gocce di marmellata rossa sul computer, sorrisi senza parole. Nel finale restiamo sospesi, ognuno di noi dovrà immaginare chi e se è colpevole per davvero, nell’aula del processo che si svuota e resta deserta, forse foriera di giustizia forse no, sulle alte pareti blu su cui volano geometricamente mosche argentee disegnate, uniche testimoni della vita che scorre.


CAST & CREDITS

(La Chambre Bleue) Regia: Mathieu Amalric; sceneggiatura: Mathieu Amalric, Stéphanie Cléau; fotografia: Christophe Beaucarne ; montaggio: François Gedigier; musica: Grégoire Hetzel; interpreti: Léa Drucker (Delphine Gahyde), Mathieu Amalric (Julien Gahyde), Stéphanie Cléau (Esther Despierre), Laurent Poitrenaux (il giudice istruttore); produzione: Alfama Films, film(s), ARTE France Cinéma; origine: Francia; durata: 76’.


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