La nave dolce

Certi giorni fanno la Storia, o quantomeno aiutano a leggerla, a capirla. Non è la prima volta che il cinema di Daniele Vicari sceglie una data: pochi mesi fa il regista ricordò a Berlino, all’Italia e a chiunque volesse sapere, cosa accadde a Genova la notte del 21 luglio del 2001. Ora, fuori concorso, in questa Venezia ’69, l’autore di Diaz - non lavate questo sangue punta la cinepresa sull’8 agosto del 1991, quando, in un’epoca in cui l’immigrazione in Italia era fenomeno ancora marginale, una vecchia nave gonfia di corpi magri in cerca di futuro, salpò dal porto di Durazzo sognando per due notti di arrivare in Italia. Nella speranza, tutta istintiva e ingenua, di trovarci quell’ "America" immaginaria di cui parlò poco tempo dopo un bel film di Gianni Amelio, Lamerica, appunto, del 1994. Quella nave si chiamava Vlora, e il suo viaggio terminò nel porto di Brindisi, dove le autorità italiane compressero fino all’impossibile una gigante e disgraziata onda umana, prima di rispedirla quasi totalmente in Albania, pezzo per pezzo, uomo per uomo e donna per donna, aereo per aereo. Il documentario di Vicari, La nave dolce, contribuisce se non a costruire a rinfrescare la memoria, perchè resti viva traccia di quell’alba drammatica, perchè di come vennero accolte e trattate dalle nostre istituzioni 20.000 persone disperate, non si perda il ricordo, perchè esista chiaro documento, ora che nel nostro paese i milioni di immigrati sono quattro e mezzo. E la documentazione adottata dal regista, a proposito, è sobria e robusta al tempo stesso. Null’altro che testimonianze e repertorio a copertura. Ma intense, innumerevoli e precise le prime, tutte realizzate su sfondo bianco; in parte inediti e in generale sconvolgenti i materiali video recuperati dovunque ce ne fossero, ben comprese le tv locali pugliesi. Immagini potentissime che, alternate alle parole di chi su quella nave c’era, e di chi si trovò sul porto a fronteggiare quella massa enorme, rendono il lavoro di Vicari impressionante e prezioso, chiaro narrativamente e forte da un punto di vista emotivo, grazie anche all’efficace intervento musicale di Teho Teardo. Il regista, in linea con la sua generazione per l’attenzione al reale e ad un cinema finestra sull’Italia, sceglie questa volta la strada del documentario, forma espressiva considerata giustamente di uguale valore rispetto alla fiction, e già in passato utilizzata da lui stesso spesso e volentieri per raccontare l’Italia. Il mio Paese, del 2006, anche quello presentato a Venezia, ne è valido esempio, ma anche questo ultimo lavoro di Daniele Vicari è di assoluto valore. Un altro tassello si aggiunge al rapporto tra cinema italiano e Storia d’Italia. Ogni volta che accade è buon segno. Lo è di più quando il film ha valore cinematografico alto.
Regia: Daniele Vicari; soggetto: Daniele Vicari, Antonella Gaeta, Luigi De Luca (Idea), Silvio Maselli (Idea); sceneggiatura: Daniele Vicari, Antonella Gaeta, Benni Atria; fotografia: Gherardo Gossi; montaggio: Benni Atria; musica: Teho Teardo; interpreti: Eva Karafili, Agron SulaHalim Milaqi, Kledi Kadiu, Robert Budina, Eduart Cota, Alia Ervis, Ali Margjeka, Giuseppe Belviso, Nicola Montano, Domenico Stea, Fortunata Dell’Orzo, Luca Turi, Raffaele Nigro, Maria Brescia, Luigi Roca, Vito Leccese; produzione: Indigo Film, Ska-ndal, in collaborazione con Rai Cinema, Telenorba; distribuzione: Microcinema Distribuzione; origine: Italia, Albania, 2012; durata: 90’
