Le Paludi Della Morte

Basandosi su fatti reali questo Le paludi della Morte (Texas Killing fields) di Ami Canaan Mann racconta le indagini di una coppia di detective impegnati in una lunga serie di omicidi.
A colpire immediatamente è la messa in scena. Il film ha il suo fulcro, la sua centralità in un radicalizzato realismo. Quasi con un’esigenza di natura genetica, o culturale la regista eredita dal padre Michael, qui nelle vesti di produttore, il bisogno di raccontare questa storia attenendosi al massimo grado di verità, sottraendo elementi anche alla narrazione pur di mantenere l’intento di aderire a questa sua istanza. Rifiutando gli stilemi rappresentativi tipici del cinema del padre, la regista sceglie una via più personale, prediligendo si le immagini alla narrazione, ma marcando con personalità una ricerca stilistica più articolata, scegliendo un tono più passionale e rivelando un’empatia particolare con ciò che è mostrato. Il modo in cui i detective si prendono cura dei corpi straziati delle vittime, o l’immagine della piccola Ann (Chloë Grace Moretz),una bambina al centro della vicenda, sono solo degli esempi molto evidenti di questa sua passione verso i personaggi vivi e morti che appartengono a questo suo film.
A renderlo efficacie è soprattutto l’interpretazione straordinaria dei tre protagonisti, tre figure simboliche, tre visioni dell’America. Il detective newyorchese Brian (Jeffrey Dean Morgan), portatore di quell’anima democratica fideistica legata sia a un’etica del lavoro venata da un personale spirito di giustizia da perseguire ad ogni costo, e sia a un’etica della vita rivolta a un positivo senso del mondo. Con lui Mike (Sam Worthington) il personaggio più complesso, un vero figlio del Texas, che a differenza del collega è un disilluso, schiacciato dai suoi retaggi e dalle tradizioni che vive con un senso di contestazione e alienazione. Egli è il termine di paragone e di unione tra Brian e Ann. La bambina è in questa ripartizione all’estremo opposto di Brian, è infatti una vittima designata e consapevole, un corpo sacrificale, e ancorché innocente, incapace di credere ad una vita e in un destino diverso. Queste tre figure, incarnate da tre superbi interpreti, emergono cristalline nella rappresentazione. Ed è attraverso una direzione attenta che la regista opera inequivocabilmente una scelta morale, ed evidenzia una visione allo stesso tempo immediata e profonda di un mondo che mostra di conoscere profondamente. E senza incertezze e indugi (im)pone lo sguardo compassionevole dello spettatore sul dolore degli accadimenti e delle vicende, senza cedere mai ad una semplificazione dei sentimenti, ma scegliendo la via meno ingenua e più acuta, un modo di intendere il cinema che fa dell’immagine l’elemento preminente e in cui la narrazione è la base su cui erigere un complesso e articolato stato emotivo sviluppato attraverso una messa in scena che fa dell’enfasi e dell’emozione gli archetipi imprescindibili di questo discorso.
(Texas Killing fields); Regia: Ami Canaan Mann; sceneggiatura: Don Ferrarone; fotografia: Stuart Dryburgh; montaggio: Cindy Mollo; musica: Dickon Hinchliffe; interpreti: Jeffrey Dean Morgan (Brian Heigh), Sam Worthington (Mike Souder), Chloë Grace Moretz (Little Ann Sliger); produzione: Anchor Bay Films; distribuzione: 01 distribuzione; origine:U.S.A., 2011; durata: 105’
