Le quattro volte

Quattro capitoli di una sola anima e "un percorso che vuol dar dignità di protagonista a ciò che al cinema di solito non ne ha”. Un pastore, malato, che crede di curarsi bevendo della cenere sciolta nell’acqua, una capretta che scopre quello che sarà il suo mondo, un centenario albero della cuccagnia e la legna, che, carbone, può scaldere gli uomini.
Che rapporto c’è fra immagine e spettatore? Qual’è il ruolo che il pubblico, chi guarda, deve assumere di fronte ad un’opera? Sono queste le domande fondanti del lavoro di Michelangelo Frammartino. Le quattro volte è infatti opera che costringe chi la guarda a riflettere sui ogni sequenza, su ogni immagini che gli scorre davanti. Proprio perché semplici, come le storie narrate, ma al tempo stesso criptici i quadri filmati da Frammartino impongono allo spettatore una riflessione. “Le immagini, molto spesso, sono immagini che si impongono, che sono già pronte, definitive, io invece cerco di lavorare su delle immagini che hanno bisogno di essere scandagliate. E’ lo spettatore a dovergli dare un senso.” E’ lo stesso regista a dichiarare questa coraggiosa esigenza. In un modo in cui la visione è atto sempre più passivo, remissivo un film coraggioso come questo è molto più che apprezzabile, è necessario. Sentire forte l’urgenza di dar un lavoro al pubblico e cercare il modo di fargli assumere questo compito, come dice sempre il regista, è un impresa ardua ma dalla cruciale importanza. Prima la televisione e poi il cinema ci hanno abituato ad una fruizione inebetita. Ci siamo relegati da soli nella posizione di chi, acriticamente, ingurgita tutto ciò che gli viene propinato senza fermarsi a pensare neppure un singolo secondo. Eppure le immagini hanno un potere forte ed immediato, una violenza persuasiva incomparabile. Per questo, senza riflessione, senza analisi, divengono pericolose. “Un immagine nasconde sempre qualcosa e mi interessano sempre le immagini per quello che ti nascondo ancora più che per quello che mostrano. Quello che nascondono lo devi andare a cercare, lo devi costruire tu, quasi come se lo filmassi. Chi guarda in qualche modo rifilma, se glielo concedi.” Dividere ciò che è mostrato da ciò che è nascosto, ciò che si vede da ciò che è. Ecco qullo che ci renderebbe davvero liberi, coscienti, autonomi.
E’ forse utopico pensare ad un pubblico pronto a compiere questo importante passo? Probabilmente. E’ proprio per questo che opere belle, intense, dirette, semplici come Le quattro volte di Michelangelo Frammartino vanno sostenute. Non sappiamo quanto e quale sia il pubblico in grado di scandagliare un’opera, di vederne i significati. Siam certi però che quante più ce ne saranno tanto più maturo sarà lo stato della nostra società. Solo chi sa di poter scegliere è davvero libero. Solo chi guarda al mondo con occhio critico sa di poter scegliere.
(Le quattro volte) Regia e sceneggiatura: Michelangelo Frammartino; fotografia: Andrea Locatelli; montaggio: Benni Atria, Maurizio Grillo; suono: Paolo Benvenuti, Simone Paolo Olivero; interpreti: Giuseppe Fuda, Nazareno Timpano, Bruno Timpano; produzione: Vivo Film; origine: Italia, Germania, Svizzera; durata: 88’.
