Legami di sangue

“Famiglie! Vi odio! Focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità”. Così sentenziava André Gide nella famosa apostrofe di un’opera scritta alle soglie del Novecento. Un secolo nel quale le dinamiche familiari sono state sottoposte a profondi mutamenti, riflesso di più ampi cambiamenti che hanno investito l’intera società. Il grido dello scrittore francese ha risuonato talmente forte da mandare in frantumi anche le certezze più consolidate, spegnendo in un unico soffio l’immagine di quel focolare domestico tanto onorata. Così l’istituzione familiare è stata oggetto di critiche provenienti da più fronti, poiché ritenuta il luogo degli egoismi, delle meschinità, di ogni male capace di insinuarsi con facilità nel tessuto sociale. Se è vero che nel mondo occidentale il legame familiare si è evoluto progressivamente fino a trasformarsi in qualcosa di meno viscerale, cedendo ai colpi sferrati dalla globalizzazione e sbarazzandosi di idoli religiosi, morali e politici, è pur vero che ancora oggi, soprattutto in alcuni contesti arcaici, i vincoli di sangue sono rimasti cristallizzati nella loro assolutezza, al punto da portare talvolta a conseguenze drammatiche e ad efferati delitti che maturano nel seno stesso delle famiglie. Un buon esempio ne è questa piccola comunità dispersa tra le montagne di Casacalenda in Molise, composta da quattro fratelli che si ritrovano ad affrontarsi con ferocia per questioni legate all’eredità. C’è Giovanni, appena uscito di galera e pronto a ricominciare una nuova vita, lontano da quella realtà contadina che tanto detesta e poi c’è Peppe, diventato una sorta di capo-famiglia autoritario dopo la morte del padre, che cova antiche ruggini con Giovanni ed è costretto a mandare avanti la famiglia vivendo insieme al fratello down, Andrea, e alla sorella sottomessa, Luana, che ha vissuto tutta la vita in una casa diroccata insieme a loro ma che adesso sogna di cambiare il suo destino accanto ad un prete. Giovanni è in fondo l’incarnazione dell’individuo contemporaneo, con un acuto senso della propria identità, dei propri diritti e della propria autonomia che mal tollera le costrizioni e le dipendenze familiari, sia a livello psicologico che economico, e non aspetta altro che scappare via da tutto ciò. Peppe, al contrario, si è sacrificato una vita intera per la terra e per i suoi fratelli e adesso vorrebbe vedere i frutti di questo suo sacrificio, sperando di creare un’azienda agricola grazie ai fondi provenienti dalla comunità europea. Ma dall’agognato progetto ha escluso Giovanni, colui che ha rinnegato e tradito la sua terra in nome del facile guadagno e che con il suo fallimento ha messo i beni di famiglia in pericolo. Tra i due fratelli non c’è solo una vecchia ferita legata al passato che li ha irrimediabilmente allontanati, ma vi sono due mentalità opposte e due visioni del mondo inconciliabili, mediate soltanto dalla tenerezza del fratello più debole che è Andrea. Pur avendo gravi problemi psichici, infatti, Andrea intuisce le situazioni prima e meglio degli altri e finisce per schierarsi dalla parte dello scapestrato Giovanni per il quale ha sempre avuto un debole, non assecondando così le pressanti richieste del fratello maggiore. Infine c’è Luana, vissuta sempre all’ombra dei suoi fratelli prendendosi cura di Andrea e lasciando da parte le sue esigenze per il bene di tutti. Il suo esile filo di speranza è appeso ai capricci e alle stravaganze di un prete della vicina cittadina, che però disattende alla fine i suoi desideri, riconsegnandola a quel mondo ancestrale dal quale sembra non potersi più liberare. Nulla, in fondo, ha la forza di cambiare questo stato di cose e le relazioni tra i personaggi sono già sfilacciate all’inizio della vicenda, in cui il legame familiare, che dovrebbe essere fondato sull’amore e sulla sacralità della persona, diventa solo un pretesto per ottenere miseramente la propria parte d’eredità. La famiglia allargata si trasforma ben presto in una granitica fortezza che non lascia alcuna via di fuga. Tentare di scavalcarne le mura equivale a sollevare una pietra spigolosa che porta alla luce un brulichio verminoso di violenza e corruzione.
Questi i temi affrontati da Legami di sangue, piccolo film autoprodotto che sembra erede di quel cinema neorealista fedele alla poetica zavattiniana del pedinamento, abituato a riprendere il reale con occhio rosselliniano, lasciando che la realtà si generi da sola nell’ambito di un contesto indotto. Forse l’esperimento tentato da Paola Columba e dal regista-produttore Fabio Segatori è più vicino a un realismo “povero” in cui la povertà dei mezzi riflette la povertà degli ambienti e delle situazioni e per questo facilmente accostabile a La terra trema di Luchino Visconti. Lì come qui la geografia della famiglia è fatta di interni domestici scarni, di scene quotidiane intrise di amarezza e di una certa nostalgia antica, quelle dei pescatori di Acitrezza come quelle dei contadini dell’entroterra molisano. Certo il paragone con l’adattamento viscontiano de I Malavoglia di Verga, che sente il bisogno impellente di scoprire quali fossero le basi storiche, economiche e sociali del dramma meridionale – sulla linea costante della rappresentazione del tema verghiano del fallimento, dei “vinti” insomma – potrà apparire azzardato, perché La terra trema rimane di certo uno dei più alti livelli artistici raggiunti sulla base di tale contenuto, ma gli intenti ricercati di una oggettività linguistica non filtrata, che corrisponde al principio verista di non prendere direttamente partito negli avvenimenti descritti e di rappresentare la realtà senza passione, ben si sposano con la struttura cristallina e tuttosommato semplice del film della Columba. La regista proveniente dal teatro e qui al suo primo lungometraggio non si tira indietro di fronte agli aspetti più meschini e sgradevoli che covano all’interno di questo focolare chiuso, ne denuncia la cattiveria e il cinismo coscienti, a cui non ha da contrapporre però alcun rimedio, decidendo solo di farli vedere e di descriverne la piatta decadenza. Anche le scelte stilistiche sono funzionali alla rappresentazione della dissoluzione di questa famiglia: gli interventi di montaggio sono ridotti al minimo, il ritmo è più descrittivo-psicologico che narrativo, le inquadrature sono lente, concentrate in primi piani molto intensi, sostenuti da una interpretazione degli attori ricca di pathos. Toccante la prova di Andrea Dugoni nei panni del fratello infermo, così come è preziosa la piccola parte affidata al novantatreenne Arnoldo Foà, che interpreta il padre. La vicenda è insomma consegnata a un limpido schematismo, fin troppo didascalico, giocato tutto sulla sottrazione senza l’aggiunta di una virgola in più all’impianto narrativo. Gli unici rimandi sono rappresentati da continui flashback sul passato dei due fratelli, una cornice amatoriale e perciò “sporca” attraverso cui la tragedia acquista spessore con l’emergere dei nodosi rapporti che legano i personaggi fin dall’infanzia. Perché la famiglia è certamente una microstruttura, cellula fondante di strutture claustrofobiche più espanse ed estese, ma anche il luogo fetale da cui si è partiti e a cui si ritorna e dove soprattutto riaccadono ineluttabilmente quegli scontri mortali di un divenire, che segna ogni esistenza incapace di nascondere i drammi reali, il tragico plasmarsi della vita nell’ordine sociale e, ancor di più, nell’ordine morale. E così visceralmente uniti nell’amore, i fratelli arriveranno ad odiarsi dando vita ad un crescendo di situazioni drammatiche. Il registro usato è quello tragico, una scelta quasi obbligata per raccontare un microcosmo sospeso e immerso in solidi ma intricati vincoli di affetti. E secondo i canoni classici della tragedia le azioni, nonostante possano essere compiute in vista di un fine, non necessariamente lo ottengono e delle volte giungono perfino a conseguenze opposte a quelle desiderate. Come accade a Luana, che in seguito al suicidio di Andrea, fa repentinamente tornare a casa il fratello Giovanni ormai in partenza verso un altrove che mai raggiungerà e lo uccide senza tanta pietà, preoccupata per la sua furia vendicativa ai danni del fratello maggiore, accusato a torto di aver sparato ad Andrea. Ma nonostante tutto, alla fine, nelle stesse vene in cui scorre l’odio sembra che scorra anche l’amore e il roccioso nucleo parentale pur sfaldandosi rimane coeso, inchiodando i personaggi ancora una volta alle brucianti responsabilità familiari. Legami di sangue è certamente un soggetto anomalo per un film indipendente, che tra l’altro ha già partecipato a vari Festival internazionali aggiudicandosi prestigiosi riconoscimenti tra i quali il Premio Flaiano per la migliore opera prima e per la migliore attrice protagonista. Ma è anche una prova convincente che dimostra come le idee possono essere portate avanti con coraggio senza l’avallo di autorevoli istituzioni. Si percepisce la freschezza di questo prodotto che è stato realizzato tecnicamente da un gruppo di ragazzi molisani avvezzi ai documentari, e di questo ne risente un po’ la fotografia (soprattutto nel passaggio dall’alta definizione al 35 mm), ma finchè ci sarà la voglia di continuare a lottare e di affermare con forza il proprio punto di vista ci sarà anche la speranza che il mercato si accorga prima o poi dell’importanza di tali progetti artistici.
(Legami di sangue) ; Regia : Paola Columba ; soggetto : Paola Columba ; sceneggiatura : Fabio Segatori, Paola Columba ; fotografia : Gianni Mastrovito ; montaggio : Ugo De Rossi ; musica : Frank Ilfman ; interpreti : Giovanni Capalbo (Giovanni), Cristina Cellini (Luana), Andrea Dugoni (Andrea), Pino Rugiano (Peppe), Arnoldo Foà (il padre) ; produzione : Baby Films ; origine : Italia, 2008 ; durata : 92’.
