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Torino 32 - Life May Be - Internazionale.Doc

Pubblicato il 25 novembre 2014 da Fabiana Sargentini


Torino 32 - Life May Be - Internazionale.Doc

Nella sezione competitiva dei doc internazionali del 32 TFF troviamo "Life after me" co-diretto da Mark Cousins, regista e storico del cinema irlandese (suo il maestoso The Story of Film - An Odissey, 15 episodi da 60 minuti andato in onda sulla televisione britannica e al Toronto International Film Festival nel 2011) e Mania Akbari, regista, attrice (in 10 di Abbas Kiarostami), artista iraniana.

Un video-diario, lettere filmate di conoscenza, incontro, confronto tra culture, Occidente e Oriente, maschile e femminile legate a doppio filo dal comune amore per il cinema. Una indagine personale e intima sui confini, quelli fisici e geografici segnati sulle mappe, ma anche quelli mentali, culturali, religiosi posti dall’appartenenza a culture diametralmente opposte.

Un esperimento fuori tempo: una vera corrispondenza filmata, l’invio del materiale, l’attesa della risposta come ai tempi della posta, quando una persona fisica, il postino, ti portava a casa la lettera o il pacco che stavi aspettando.

La Akbari è un’iraniana espatriata, fuggita da chador e leggi restrittive, punitive e maschiliste, in cerca di una nuova condizione individuale di donna nel mondo. Cousins, viaggiatore senza tregua, sempre imbracciando una telecamera, indaga una dimensione del corpo nello spazio, in cui trascendere dai difetti e dalle imperfezioni e capire cosa sia la paura, la vulnerabilità, la vergogna della cosa più bella che ogni essere umano possiede.

L’uomo occidentale si inquadra a macchina fissa su di un piccolo divanetto di albergo, sdraiato con computer sulle gambe, ai suoi piedi una scarpa sbilenca, un pacchetto di patatine che sgranocchia ogni tanto, una bottiglia di birra per la sete. Scrive e la voce fuori campo recita il testo della lettera alla sua collega lontana, geograficamente e culturalmente ma forse non spiritualmente, intellettualmente. Si parla di corpo, di fisicità, di imposizioni, di censura, di morte, di assenza. Cousin alla fine sia ddormenta, ormai nudo. Suggerisce alla sua amica co-regista di danzare nuda: "dopo, non vorrei mai più danzare vestita".

Mentre le immagini scorrono veloci rappresentando i cento luoghi visitati negli ultimi tempi in cui il corpo è considerato immorale, oggetto da costringere, da domare, da spegnere e coprire con pesanti e vincolanti stoffe come camicie di forza. Paesaggi, tramonti, albe, dettagli di animali, uccelli, cieli, case, grattacieli, natura, foglie, insetti, mare, iceberg. Una successione di bellezza che toglie il fiato.

Mania mostra immagini dia tre islamica, mosaici persiani, moschee, architetture meravigliose di estremo Oriente mentre la sua voce si interroga su grandi quesiti esistenziali.

"Quando nasciamo proviamo due sensazioni: dolore e piacere. Nel mio paese vince il dolore. Ma guarda com’è erotica l’architettura delle moschee? Simboleggia l’intimità, l’unione tra maschile femminile. Le forme sono evidentemente ispirate al corpo, ai genitali, al corpo femminile durante la gravidanza. Un monumento che diviene simbolo terreno dell’amplesso in una cultura e una società che fa della rimozione del sesso un baluardo. E poi la nostra esistenza si svolge invece dentro a un simbolo sessuale"

Il corpo dell’artista nella vasca con la schiuma durante un rituale di abluzione profondo degno di un hammam. Le parole che i due si lanciano via film sono anch’esso sensuali, allusive, insinuanti tra le maglie delle loro differenze. Un lavoro di esposizione, di svelamento, di proposte e dubbi.

Ambedue i corpi sono tatuati. Cousins disegna sulla pelle frasi fondanti della sua vita. La Akbari nasconde una cicatrice post-cesareo con un reticolo di fiori: "Il mio corpo è il mio paese e cambia costantemente: cambio colore e taglio di capelli, la taglia dei miei vestiti". Cita i quadri rappresentanti corpi di Lucien Freud e Francis Bacon.

"Deleuze dice che il nostro corpo è come una carta geografica" e ambedue i registi sembrano d’accordo con il grande pensatore francese.

Gran finale: immagini maestose di cascate. Le parole questa volta sono sovraimpresse.

"La tua ultima lettera era un sogno?"

"Ti stavi lavando per il paradiso?"

"Questo paradiso?"

"Lo attraversiamo insieme?"

"Come Adamo e Eva?"

"Come Stanlio e Ollio?"

"Come Bogart e la Bacall?"

"Guardiamo la vita insieme con gli stessi occhi?"

"Sediamoci in prima fila e ammiriamo lo schermo"

"Sediamoci in inverno e aspettiamo l’estate"

"Guardiamo la cascata"

"Ricadiamo nel peccato"

"Non ci saranno miracoli qui".

Carrellata su strada innevata interminabile. Un inno alla bellezza, alla ricerca di senso, alla libertà.


CAST & CREDITS

(Titolo originale) Regia, sceneggiatura e fotografia: Mark Cousins, Mania Akbari; montaggio: Timo Langer, Paria Kamyab; musica: Johannes Brahms, Sophie Hunger, Souad Massi, Alla Pugacheva; produzione: Hibrow; origine: Iran, Regno Unito; durata: 80’.


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