Locarno 2009 - Il figlio di Amleto

Partiamo dalla vita di un pittore bergamasco. Ancora vivente, nemmeno vecchio, solcato da fiumi interiori di semplici e decise riflessioni sull’esistenza, prima che sull’arte. Intuizioni che ritornano e che sfociano poi in parole ferme e coerenti tra loro, quando lo incontriamo al Festival di Locarno. E che rafforzano l’idea che ci eravamo fatti di lui durante la proiezione del film. Quale? Un attimo di pazienza, lui si chiama Sergio Battarola ed é il protagonista di un interessante film (e) documentario italiano presentato nella sezione Ici & ailleurs della 62a edizione del Festival di Locarno: Il figlio di Amleto, un’opera intensa e accompagnata da una non vuota e non compiaciuta originalità. L’ha diretta il trentaduenne Francesco Gatti, premio Solinas nel 2000 e poi realizzatore di sorprendenti lavori come Irreality show e Le regole del gioco. Purtroppo, per l’uomo e per l’artista cinematografico, Francesco Gatti è da poco scomparso, addirittura prima che il film fosse finito, e la fase finale della sua realizzazione fosse seguita, per forza di cose, da altri suoi abituali collaboratori, tra cui Giovanni Maderna (anche produttore del film) Giusi castelli e Gianluigi Toccafondo. C’é il pittore Battarola, insieme allo stesso Giovanni Maderna, a raccontare in sala, dopo la proiezione dell’opera, alcuni come, e alcuni perché di questo artistico semi ritratto di pittore. Lui, Battarola, che é il protagonista del film, il soggetto più filmato dell’opera, il più osservato e interrogato dal regista. D’improvviso, per stessa ammissione del pittore, da fulminanti e torrenziali domande dell’autore, spontanee, senza un copione blindato e congegnato, dopo silenziosi e lunghi frammenti di sola osservazione visiva, con gli occhi artificiali e umani del regista puntati addosso all’artista, durante il lavoro, le pause, la sua vita normale e non normale. Lui, Battarola, che anzi, forse, é solo uno dei tre protagonisti di un mezzo documentario che supera di slancio lo steccato del biopic e cavalca forme e contenuti di piü largo ed alto interesse, carico di piü intime motivazioni autoriali. Con ordine : Sergio Battarola era un pittore della bassa padana, con un accento marcato simile a quello dei protagonisti di tanto Olmi. Un artista innamorato della pittura, della scultura e della trilogia cinematografica di Alexander Sukorov. Lo racconta con passione lui stesso, quando all’interno del doc., così’, in libertà, quasi recensisce Moloch, o quando parla, subito dopo, della grandezza di Taurus e de Il sole. Non era famoso, Battarola, fino al 1989, e non era certo ricco, tutt’altro. Aveva studiato all’accademia di Brera ma non aveva clienti per i suoi quadri e le sue sculture. La sua vita povera e lombarda sembra cambiare quando il noto scrittore e critico d’arte Giovanni Testori, un maestro tout court scomparso nel 93 per malattia, nonché il secondo protagonista del film, inizia a interessarsi di questo allora giovane artista. Scrive di lui con grande energia positiva, ne racconta e ne promuove l’importanza. Compra piü di cento dei suoi lavori, e sembra aprire il mondo a questo pittore estraneo ai giri buoni, ai grandi elogi e ai consensi prestigiosi, ai salotti e alle soddisfazioni sociali. Il pittore si trova in breve tempo ad essere sostenuto con fermezza dalla firma più autorevole del momento, la quale, con la complicità della Compagnia del Disegno, realizza un catalogo splendido e organizza la prima mostra personale dell’artista. Battarola arriva alle gallerie milanesi, ma, soprattutto, sviluppa con Testori un rapporto intenso ed importante. E’ questa la chiave del film, il rapporto che si stende tra i due durante i 75 minuti di valida e mai monotona narrazione. Franscesco Gatti è sembrato profondamente attratto dalle due figure prima (quella del Testori e quella del Battarola) e alla loro affinitä poi. Soprattutto ala loro relazione, che viene spiegata nel film attraverso le riflessioni dei due, a distanza fisica, temporale ma non esistenziale. Una vicinanza particolare ed intensa, paterna, senza un quasi che toglierebbe validitä alla parola usata. Per questo, Gatti, si é posto in questa relazione, profondamente ed istintivamente, sino a divenire il terzo discretissimo e attivissimo protagonista del film. Del resto, come sostiene Giovanni Maderna in un piccolo libro dedicato al regista (dal titolo Per un po’ di tempo ero l’unico cliente- I film di francesco Gatti), “i suoi film sono generati dalla figura geometrica di un triangolo (scaleno) di rapporti incrociati: una coppia di persone filmate, messe in relazione piü o meno forzata dall’autore, e l’autore stesso. La telecamera leggera ed acuta di Gatti, osserva il Battarola e lega le sue considerazioni sulla vita ad altre del Testori, recuperate negli archivi delle teche Rai. Gatti é attratto da questo rapporto, da un uomo che, forse stanco di un mondo lontano dal suo amore per la verità, trova in un giovane talentuoso e disadattato l’energia che sembra mancargli, e la difende trovando una nuova e bellissima pace. Il film colpisce, incurioscisce, rimanda ad altre riflessioni e alla voglia di altre domande. Perché veicola una energia ed uno spirito di fondo che vanno oltre la scoperta di un artista sconosciuto ed oltre la memoria di un importante intellettuale italiano del secolo scorso. Dispiace, alla fine del film, dover accettare l’idea che un giovane e talentuoso regista italiano, estraneo alle forme principali del nostro modo di fare cinema, non ci sia giä piü, prima che il suo talento potesse trovare la mgliore tonalità espressiva, una maturitä artistica che giä in questo film si iniziava ad intravedere.
Regia: Francesco Gatti; sceneggiatura: Francesco Gatti, montaggio: Francesco Gatti, Giusi Castelli, Damiano Grassetti, Giovanni Maderna, Franco Monopoli, Massimo Salvucci, Gianluigi Toccafondo; produzione: Quarto film, semisemplice, Fiabe, s.r.l
