Locarno 2009 - L’ultima salita - La via Crucis di Beniamino Simoni a Cerveno

Elisabetta Sgarbi. Chi è costei? Una regista cinematografica? Una storica dell’arte con un metodo innovativo di indagine? Una videoartista? Quando usci’ Notte senza fine, qualche anno fa, presentato al Festival del cinema di Torino del 2004, qualcuno parlò di teatro filmato. Non era solo teatro filmato, quello, era qualcos’altro, forse cinema, o forse no. C’erano dei testi d’autore su temi importanti, e degli attori navigatissimi che li recitavano. La cinepresa aveva sopratutto il compito di registrare quanto avveniva, limitandosi di tanto in tanto a piccoli movimenti e stacchi. Ecco il punto non era propriamente cinema quello, ma non era solo teatro filmato, come non è solo scultura filmata questo terzo capitolo di una trilogia sulle opere d’arte italiane dimenticate dalle supervisioni della critica ufficiale, e raccolte dalla Sgarbi in un cofanetto virtuale chiamato trilogia cinematografica sulla scultura sacra. Ricordiamo velocemente i capitoli precendenti, perchè qualcuno puo’ non saperne nulla, non essendo la Sgarbi, seppur figura agilmente ambulante nei Festival di cinema, (già Venezia, già Torino) un personaggio facilmente raggiungibile per il grande pubblico. Ecco il punto, dicevamo, cosa fa la Sgarbi? Dopo i Compianti in terracotta di Niccolò dell’Arca, di Guido Mazzoni e Antonio Begarelli, lavorati da una telecamera dolcemente mobile che rifiuta i miracoli della post produzione, e intitolati poi Il Pianto della Statua, 2007, e dopo Il Gran Teatro Montano del Sacro Monte di Varallo, intitolato Non chiederci la parola, 2008; ecco adesso, qui a Locarno 62, L’ultima salita – la Via Crucis di Beniamino Simoni. Un approfondimento sull’opera d’arte scultorea e pittorica di Beniamino Simoni. La Sgarbi ci porta lontano nel tempo e nello spazio, nel cuore del ’700 e in una Valle Camonica che la videomaker ferrarese mostra velocemente all’inizio e alla fine del film. Lo fa attraverso due rapide suggestioni visive che provano a raccogliere e avvolgere l’opera in questione dentro una cornice climatica sospesa tra l’epico, il sacro ed il reale. In questo remoto luogo montano il Parroco Gualeni commissionò all’artista di Fresine 14 cappelle di statue lignee e di stucco sul Calvario di Cristo, e ne venne fuori una preziosa catena di scene sacre, fatte perö di umane espressioni e movimenti. Un gioiello artistico che oggi la Sgarbi interpella ponendosi per l’ennesima volta sul confine tra l’omaggio, l’operazione di approfondimento critico e la trasformazione dell’oggetto artistico in qualcosa che non è esattamente cinema, e non è più solo omaggio alla creazione dell’artista. Un esercizio se vogliamo raffinato che è sempre sospettato di volersi trasformare in opera d’arte autonoma. Elisabetta Sgarbi procede a modo suo, nella maniera di sempre, pensiamo a Belle di Notte, ad Apparizioni - Mathias Gruenewald, a La notte che si sposta – Gianfranco Ferroni, a Fantasmi di voce e ad altro, avvicinandosi con sinuosa delicatezza alle linee delle sculture o delle pitture, e dissolvendo in nero ogni volta che sente compiuta la sua missione di ultra documentazione. Una super documentazione, quindi, che subito si trasforma in altro, in qualcosa che è difficile definire. In L’ultima salita, la telecamerina digitale, attentissima alla ricerca di un colore deciso e generoso, osserva come un subacqueo fa con un fondale, i contorni delle sculture, sacra stazione dopo sacra stazione. Le avvicina con scolastica eleganza e lascia che il breve buio accompagni le sensazioni dello spettatore. Di più: la Sgarbi inserisce in questa esageratamte lunga sequenza di visioni e dissolvenze, (stavolta giustificabile in parte dalla lunghezza dell’opera d’arte stessa) brani scritti, appositamente e non solo, da intellettuali italiani del presente e del passato. Da Erri De Luca a Vittorio Sgarbi, da Giovanni Testori a Remo Bodei, da Emanuele Severino a Tahar ben Jelloun. Testi diversi tra loro, perchè diverse sono le personalitä e le attitudini dei loro proprietari. Un uomo recita questa prosa alta, ed è Toni Servillo, già interprete cinque anni fa dell’esordio della Sgarbi nel lungometraggio, Notte senza fine, appunto. Un altro uomo, altrettanto artista, altrettanto famoso ed altrettanto presente nel passato artistico di Elisabetta Sgarbi (Franco Battiato), presta le sue musiche a questo terzo capitolo critico/artisitico. Il cantautore e musicista, già ritratto della Sgarbi nella breve opera Frammenti di una biografia per versi e voce, contribuisce con le sue note scritte appositamente per L’ulitma salita, a questa nuova commistione di linguaggi artistici poggiati su una giä grande prova d’autore, quella dell’opera vivisezionata per 64 lenti minuti.
Cosa dire? disturbante? Non crediamo, se non per la lunghezza eccessiva di un esercizio che già conosciamo e che sempre provoca la sensazione di una eccessiva durata. Rimangono i dubbi, più sugli obiettivi imtimi di tale operazione, che sulle sensazioni provocate da questo tutto sommato innocuo modo di raccontare un’opera d’arte bella, drammatica, rivoluzionaria e poco valorizzata. Altamente sconsigliato a chi si annoia al cinema con le cose poco movimentate.
Regia: Elisabetta Sgarbi; fotografia: Daniele Baldacci; scenografie: Luca Volpatti; montaggio: Luciano Marenzoni/Multivideo, Riccardo Sgalambro; produzione: Betty Wrong/RAI CINEMA, con il contributo di Associazione “La Capéle” e Comunità Montana di Valle CamonicaMusic editing Pino Pinaxa Pischetola; musiche originali: Franco Battiato; testi: Giovanni Testori, Vittorio Sgarbi, Erri De Luca, Remo Bodei, Emanuele Severino, Tahar Ben Jelloun; voce: Toni Servillo, durata: 64’, Formato HD
