Locarno 2009 - La paura

La Paura, ultimo film di Pippo Delbono, presentato fuori concorso a Locarno 62, è fatto tutto col telefonino. Novità assoluta, rivoluzione. Alla faccia dei tagli del Fus e delle proteste del cinema italiano sotto Montecitorio. "Voglio lavorare in totale libertà", ha detto Delbono, "voglio chiedere il meno possibile, ed il telefonino abbassa tutti i costi". Tutto qua, nient’altro. Ce ne sarebbe abbastanza per una robusta riflessione, ma ci vorrebbe troppo tempo, e non è la sede adatta. Meglio allora fermarci a questo film fatto di pancia e personalità, che di pancia inizia, quando l’autore contrappone la sua montagnola adiposa orbitante intorno all’ombelico, ai consigli che un medico televisivo panciuto dà ai bambini che visita, dimagrite, fate sport. Il documentario, sgranato, e vabbè, non è piu’ nè un problema nè una novità, è fatto con una selvaggia ed indignata poesia, regalata ad un Italia a pezzi, dominata da una paura costruita e alimentata, perchè strumento di potere e di controllo. Delbono agisce abusivamente, senza troupe, senza carrello, senza tesserino alcuno, con tanta rabbia e poco sarcasmo, con osservazione approfondita, silenziosa e sdegnata. Osserva da uomo, filma da cittadino. E poi grida, d’improvviso, "Italia paese di merda, fascista". Lo fa dopo dopo l’incettabile uccisione di un ragazzo africano ad opera di due italiani, solo perchè aveva rubato un biscotto. Ucciso a sprangate. Delbono va ai funerali del ragazzo ed esprime totale disprezzo per quel paese che non ha mandato nessun intellettuale, nessun politico, nessun cardinale a quella cerimonia funebre. Un carabiniere da Italia anni 50, povero e debole anche se vorrebbe fare il duro, si avvicina all’autore con sospetto. Bastano poche parole, però, qualche sguardo che non vediamo, per farlo tacere e per fargli abbassare gli occhi. Ancora una volta ha prevalso la paura, stavolta alleata di Delbono. Che poi torna a filmare altri disagi degli ultimi, dai tanti senzatetto che dormono per strada ad un paio di bambini rom, registrati pieni di bellezza: fanciulli senza tempo, innamorati della vita, di un cagnolino, bambini come altri, ma meno fortunati, con occhi neri bellissimi e una salute ancora intatta. Delbono parla parlando pochissimo. Prima della desolazione finale, quando "Beato te", dice in qualche modo a Bobo’, il suo compagno di viaggio sordo e muto che ha vissuto cinquant’anni in manicomio. "Beato te Bobo’", che non puoi sentire, che riesci a preservare la tua purezza da tutto questo. Da questa tv che imbarbarisce per progetto, che viene attaccata duramente dall’autore genovese. La paura è un film di denuncia fatto di poesia, dunque, che è opera personale a partire dal linguaggio, senza interviste sbalorditive, senza domande scomode ai politici, senza retroscena da inchiesta terribile, da voltastomaco. Uno sguardo sulla realtà fatto di tempi "irregolari", personali, appunto, di passaggi narrativi liberi, legati da un significato non sempre immediato, ma sempre raggiungibile con un attimo di pazienza, di ragionamento. L’artista Delbono fa parlare i suoi occhi, mostra, con quello che decide di riprendere, quello che sente. E’ una società italiana violentemente razzista, un’organizzazione culturale in cui la televisione gioca un ruolo pericolosissimo e pervasivo: entra nelle coscienze e le distrugge, una specie di Invasione degli ultracorpi. E’ difficile non essere d’accordo con Delbono, con il suo messaggio pre-disperato lanciato con poesia. Come non dare ragione a uno che urla, davanti a un problema divenuto enorme, ad un pericolo che non è piu’ incombente ma che è già diventato catastrofe? Non vorremmo tornare a ripetere quanto diceva Moretti nel Caimano, pero’, e cioè che chi sa sa, e chi non sa è perchè non vuole sapere. Sappiamo ormai con certezza che esiste, e per fortuna continua a rafforzarsi, un pensiero di odio e ribellione intellettuale a questo sistema culturale. Ma continuiamo a vederlo circoscritto a un piccolo ambito che mai riesce a coinvolgere tutti quelli, i tantissimi, che non sanno perchè non riescono a sapere. Il lavoro di Delbono è arte, sperimentazione, denuncia, forza espressiva, ma non sarebbe mai capace, a nostro modo di vedere, di entrare in una profonda relazione con la gran massa italica, vulgo, che è terrorizzata dalla paura, che guarda la tv e che si consola con il sollievo momentaneo di un razzismo antico e pilotato. Delbono ha ragionato da artista, sicuramente, e questo è giusto, sano e nobilissimo. E’ il compito dell’intellettuale, e il suo film non vuole essere un lavoro di propagnada politica nella misura in cui un’opera d’arte puo’ non essere politica, perchè questo spetta ad altre persone, che non lo sanno fare, ahinoi, ed è forse per questo che l’ultimo grido di Delbono, film che apprezziamo, ci angoscia e ci deprime meno della situazione che già conosciamo, perchè apparteniamo a quella fetta di paese che la pensa cosi’ da tempo, e che è anche stanca di sentire grida e poesie d’autore che poi non cambiano nulla. Concludiamo il pezzo ricordando che Locarno offre una retrospettiva di tutti i lavori cinematografici di Pippo Delbono: Guerra (2003), Grido (2006) e La paura, appunto (2009).
Regia: Pippo delbono; Sceneggiatura: Pippo Delbono; Montaggio: Pippo Delbono; Produzione: La Compagnia Pippo Delbono, Les film d’Ici, Le forum des Images, Quidam Production; Formato: Beta digitale, Durata: 66, anno: 2009
