Locarno 2009 - Noi che abbiamo fatto la dolce vita

La Dolce vita, molto di più che un importante film italiano, compie quest’anno cinquant’anni. Auguri, e non storcano il naso i lettori, perché se il film è uscito nel sessanta, la sua nascita, la sua venuta al mondo, avviene lungo tutto l’anno 1959. Cannes e la palma d’oro arriveranno dopo, insieme all’invasione di parole, all’invasione di commenti e di pensieri esplosi dall’intera cultura occidentale. Cinquant’anni allora, di eterna giovinezza, di costante lievitazione, di continuo sviluppo mitologico. Da subito e ancora oggi, da quando l’anno successivo all’uscita del film, il 1961, quel gran maestro di Pietro Germi racconta la discesa de La dolce Vita nel meridione italiano dei piccoli paesi, con la gente che si accalca per andare finalmente a vedere, e con la Chiesa che intanto accusa di immoralità, questo incredibile film. In Divorzio all’italiana, come molti ricorderanno, è raccontata tutta la forza che il film di Fellini ha esercitato non solo nella storia del cinema, ma anche, e forse soprattutto, in quella del costume italiano. E non è un caso, non lo è mai, che contemporaneamente Totò faccia il verso a La dolce vita, e ne fermi, ancora meglio, a modo suo, tutta l’importanza. Totò si avvicina alle cose più sentite dal paese, alle emozioni, le fantasie, il quotidiano della sua gente. Totò certifica, registra, conferma. Se si imbarca in un titolo come Totò, Peppino e la Dolce vita, non v’è alcun dubbio che il film di Fellini sia molto più che un ottimo film. Totò, in questa pellicola di Sergio Corbucci che adopera le stesse strutture sceniche dell’ opera che celebra attraverso una fertile parodia, è esilarante come molte altre volte lo è stato. Una battuta per tutte, il Moet & Chandon proposto dal cameriere del locale, con Totò che ripete: “Mo esce Antonio...”. Insomma da subito e per sempre un rapporto privilegiatissimo tra La dolce vita e la italiana società. Fino ad oggi, fino a questo documentario di compleanno ideato da Tullio Kezich, uno che di quel film sa tutto, e realizzato da Gianfranco Mingozzi, uno che di quel film sa molto, avendoci lavorato da assistente, uno dei tanti, per sua stessa ammissione, alla regia. Si intitola Noi che abbiamo fatto la dolce Vita, e prende spunto dal libro omonimo di Tullio Kezich edito da Sellerio. Ovviamente Mingozzi e Kezich, il secondo soprattutto, sono anche protagonisti parlanti di questa operazione finanziata da Raisat cinema che ricostruisce per immagini e parole la genesi e la gravidanza di un accertato capolavoro. Il doc. è semplice, divertito e divertente. Racconta come andarono esattamente le cose, e va a cercare, con un certo spirito nostalgico, lo stesso che accompagnava certe scelte di Fellini, molti di quelli che presero parte a questa avventura. Già, un’avventura, perchè nessuno sapeva, o poteva immaginare quello che La dolce vita avrebbe creato con la sua nascita. Una nascita fatta di una semplicità, di una genuinità e una certa forma di incoscienza, che stonano piacevolmente con tutto l’immaginario creato poi da questo mostro cinematografico, e che in qualche modo ci riportano al rapporto originario di Fellini con questo film, prima che l’enorme clamore intervenisse a confonderne in qualche modo le origini. I fatti raccontati armoniosamente in questo doc. di quasi 80 mai noiosi minuti (e ci mancherebbe altro con il tipo di materia trattata) riescono di certo ad alimentare il mito di questo film, ma anche fungono da precisazione storica, da puntualizzazione utile. Gli autori vanno a cercare uomini e donne che presero a parte a piccoli personaggi, vedi il gruppetto dei paparazzi col simpaticissimo Mejo tacco der quadraro, o grandi attrici che sbagliarono, che ignare rifiutarono la parte offerta da Fellini, perchè secondo loro troppo breve, troppo piccola. Non potevano poi mancare Dominot, la Ciangottini, un discorso sugli sceneggiatori, (una delle parti più interessanti del film ü la parentesi aperta sul contributo di Tullio Pinelli) ed i materiali di repertorio in cui Mastroianni, la Ekberg, e la Aimèè ricordano l’esperienza di quell’anno. A poco a poco, tra una sequenza del film e un vecchio Rai pescato negli archivi preziosi della Tv di stato, prende forma il solito ritratto di Fellini, un simpatico e brillante bugiardo talentuoso. Col passare dei minuti si delinea nuovamente il valore e il carattere dell’artista riminese, talmente identico alle altre tante testimonianze di questi lunghi anni, che ormai Fellini, insomma, ci sembra di conoscerlo molto bene. Per concludere, il doc. è onesto e lineare con qualche clip di troppo, ma per chi volesse saperne di più, per quelli che de La dolce vita non sanno proprio tutto, il lavoro di Mingozzi e Kezich non è avaro di aneddoti, spiegazioni e curiosità. Si ride piü di una volta.
Regia: Gianfranco Mingozzi; sceneggiatura: Tullio Kezich; produzione: RaiSat Cinema, Fondazione Fellini, Media Land; formato di ripresa: DV Cam per Beta Digital PAL e DVD Pal, colore e bianco/nero; origine: Italia, 2009, durata: 80’
