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Made in America - Torino Film Festival 2008 - Lo stato delle cose

Pubblicato il 25 novembre 2008 da Giampiero Francesca


Made in America - Torino Film Festival 2008 - Lo stato delle cose

South Central, LA, California. Circondata da luoghi da sogno come Santa Monica, Long Beach e Orange County, nella pancia geografica di Los Angeles, esiste una realtà invisibile, una terra di nessuno, dominata dalla violenza e dalla forza bruta. Un piccola enclave d’inferno, Hell A. nella città degli angeli.

Fra Main Street e Washington Boulevard, Slauson Avenue e Alameda Street, due gang rivali, I Crips e I Bloods, si sfidano quotidianamente per la difesa del proprio territorio. Uno scontro fra veri e propri eserciti con più di 40.000 uomini, che rende invivibili le strade del quartiere. Made in America di Stacy Peralta racconta la vita di questo quartiere, i suoi abitanti, la sua storia. Se infatti, oggi, le strade di South Central sono popolate da spacciatori e assassini, bande sanguinarie e truppe da guerriglia le colpe risalgono a anni di isolamento e prevaricazioni. Sin dagli inizi del secolo la megalopoli Los Angeles era divisa in zone immobiliari, costruite in modo che i ricchi bianchi non dovessero mai incrociare lungo i loro marciapiedi un nigger. Si costituirono così piccoli ghetti, popolati solo da afroamericani. Per molti abitanti anziani quella zona era comunque una sistemazione privilegiata, abituati com’erano ad ubbidire da sempre alla volontà dei bianchi. Non bisogna dimenticare che, prima della protesta di Rosa Park, in molte parti degli Sates gli afroamericani dovevano sedere sul fondo degli autobus ed entrare nei locali dalle porte di servizio. Per le generazioni man mano più giovani però, con il passare degli anni, quella condizione di oppressione, di chiusura non poteva essere accettata. Non era accettabile essere arrestati solo perché si entrava in una zona riservata ai bianchi, non si poteva accettare di esser perseguitati in quanto nigger. Questo senso di malcontento, unito ad un’identità forte radicatasi negli abitanti costretti a vivere isolati ed ammassati fra loro, portò, nel 1965 allo scoppio di una violenta rivolta, sedata faticosamente solo dopo alcuni giorni. L’obiettivo comune era allora lo stato oppressore, che ti priva di diritti e ti umilia. Con la chiusura delle fabbriche degli anni ’70, la povertà crescente e l’arrivo della droga le cose cambiarono. Se da un lato infatti movimenti come le Pantere Nere o personaggi come Martin Luther King avevano consentito agli afroamericani un inizio di emancipazione dall’altro, a South Central, nascevano le prime gang. Come ammette uno dei protagonisti del documentario di Stacy Peralta, “La fine inizia quando tu stesso diventi causa della tua oppressione”. Nel 1969 due sedicenni fondano i Crips, segno di riconoscimento, bandana blu. In contrapposizione a questo fenomeno nacquero i Bloods, segno di riconoscimento, bandana rossa. In breve tempo il quartiere di South Central si divise, isolato per isolato, in rossi e blu. “Se vesti del colore sbagliato, nel posto sbagliato, sei morto”. La spartizione del mercato della droga, la diffusione delle armi, la mancanza di padri (generazioni intere crescono senza figure maschili tutte in carcere o morte) portarono alla diffusione di massa di questo fenomeno. Fino ad oggi, un oeriodo in cui i capibanda dei Crips e dei Bloods non abbandonano mai, anche per tutta la loro vita, i loro due o tre isolati, pronti a difenderli con la vita.

Il film di Stacy Peralta, già regista di Dogtown & the z-boys, è un violento atto di accusa verso un sistema che ha creato, e ora nasconde, una realtà invivibile. Un frammento di inferno in cui i morti aumentano giornalmente, le strade sono insicure, le madri seppelliscono i figli. Una realtà che, più che made in america, sembra provenire dalle zone di guerra dell’Iraq o dell’Afganistan. Un film agile e veloce, ricco visivamente, frenetico nel montaggio, che ripercorre oltre cinquant’anni di storia americana con viva freschezza. Un film duro ma al tempo stesso spedito, che, proprio grazie alla sua agilità costringe lo spettatore a confrontarsi con il triste spettacolo davanti ai suoi occhi.



Giampiero Francesca


CAST & CREDITS

(Made in America); Regia: Stacy Peralta; sceneggiatura: Stacy Peralta, Sam George; fotografia: Tony Hardmon; montaggio: T.J. Mahar; interpreti: Ron Wilkins, Bird, Kumasi, Big Girch, T. Rodgers, Gee Active, Caddy, Bandana, Shaka Blood, James, Scrap, Bo Taylor, Tony Muhammad, Aqeela Sherrills, Aquil Basheer, Naji, Vicky Lindsey, Catherine Avery, Leon Bing; produzione: Verso Entertainment, Balance Vector Productions; distribuzione: T&C Pictures International; origine: USA, 2008; durata: 105’


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