MARE NERO

Nero, subito, come a dare forza al titolo. Un peschereccio recupera l’antica statua di un satiro dal mare profondo, buio, poco poco illuminato dalle lampade di quella fortunata e semplice imbarcazione meridionale. Metafora di quel che sarà? Del film che ci apprestiamo con fiducia a visionare? Forse! E godiamolo e iniziamo ad avvertire un rapporto tra musiche e colori che fornisce stati d’animo positivi, cinematograficamente parlando, e per ciò di buon auspicio. Leggeremo poi che la fotografia è di Daniele Ciprì. Dietro questo film, ancora da vedere, ce ne sono tre: l’originale e premiato Tanod’esordio, il discutibile Sudsaidstori e l’efficace sobria consistenza narrativa del terzo: Angela scorreva senza far rumore dentro a un cinema italiano che stava silenziosamente tentando una riorganizzazione linguistica e di contenuti. Senza denunciare né inventare il terso film della Torre raccontava classicamente un romanzo d’amore poco storico e godibile. Sono riflessioni spicciole dopo il satiro incompreso, quando i piani scorrevoli di eleganti e astratti appartamenti pittorici cominciano a inquadrare cene distratte e sospirati amplessi. Le gambe ad arco del piccolo Lo Cascio si arrampicano su quelle dell’enorme e sensualissima Anna Mouglalis: la tigre rauca d’oltralpe che si fa meravigliosa quando il coatto doppiaggio placidiano l’abbandona al ricordo dell’Ardant dell’ultimo Martone. Ma con una certa fetta d’anni in meno. Il satiro, intanto, si è allontanato all’orizzonte e forse è ritornato nel suo nero che cerchiamo di ricollegare al titolo. Ci vuole poco, a proposito, a scorgere e ad aprire le prime e profane stanze del film di genere: uno dei molti, spontanei, tentativi di raccontare in forma canonizzata, qualcosa di vissuto, o di vivibile, da tutti: il problema sociale, la storia, l’esistenza umana. Sbucano senza sistema, e su questo sarà bene ragionare presto, episodi all’italiana di poliziesco e noir con punte di valore contenutistico (Arrivederci amore ciao, Apnea) e di sorridenti conti al botteghino (Romanzo Criminale). Una volta dentro cerchiamo tutti gli appigli che la forma garantisce, e se troviamo tutto il torbido irrisolto ed il malsano senza luce che non si esaurisce nella proiezione, sfuggono la chiarezza del conflitto e l’autenticità delle interiori parti in causa. Manca il necessario territorio di confine tra realismo e film di genere. Parliamo di Lo Cascio, pre esempio, protagonista e icona ben in vista di quest’ultima generazione in cinema. L’abbiamo conosciuto candido, chiaro e lucido nella pelle e nei grandi occhi benigni, coscienza di una generazione ragionevole, critica, dubbiosa e politicamente corretta. L’abbiamo amato, a diversi livelli, e l’abbiamo spinto a confrontarsi più profondamente con il suo mestiere. L’abbiamo visto sparare con un pistolone e indossare il tranch; abbiamo sorriso a certe sue battute in Occhi di cristallo. Ogni volta che se ne è tornato al suo studente dolce, più o meno laureato, abbiamo provato un sottile di piacere. Non c’ha il fisico del cattivo, nel senso dell’altezza e della voce. Non domina una donna indominabile alta venti centimetri più di lui. Luigi è un poliziotto che indaga su omicidi da un bel po’ di tempo. La storia del film dice dell’ennesimo caso da risolvere che, però, stavolta, manda in cortocircuito una mente non capiamo se borghese o altro. Sappiamo che la donna uccisa aveva una doppia vita “sconvolgente” e che il pensieroso detective se la stampa in testa per avventurarsi in un pericoloso gioco cinematografico che lo sballotta tra l’embrionale Ecco fatto di Muccino e la parete diamantea dello splendente, e umanamente invalicabile, Eyes Wide Shut. Il poliziotto si inserisce in un contesto trasgressivo senza parole d’ordine che conduce lui ad una spropositata reazione e noi all’incomprensibilità un personaggio di presunto e deformante mestiere. Lamentiamo un altro caso di gioco di luci, di macchina, di montato che lasciano alla partenza una sceneggiatura non chiara, non curata, insufficiente. Non sappiamo bene dove collocare Roberta Torre, ormai al quarto film, e la protagonista femminile di cui nulla ci viene detto se non che lavora in una agenzia immobiliare. E’ solo lo strumento trampolino per la paranoia locasciana, tutta al maschile, di un abozzato bipolarismo schnitzleriano. Intorno al concetto di istinto educazione gira e si perde un film sfuggente, ambizioso di ricerca ed originalità ma poco consistente nella forma della sua materia.
Agosto 2006
Regia: Roberta Torre, Sceneggiatura: Roberta Torre, Heidrun Schleff; Fotografia: Daniele Ciprì,Montaggio: Jacopo Quadri;Suono: Michele Tarantola; Musiche: Shigeru Umebayashi; Produzione: Chattleya, Babe Film, Rai cinema; Distribuzione: 01 distribution, Anno: 2006
