Michael - Concorso - Cannes 2011

Il rapporto tra Michael e Wolfgang non prevede la normalità. È il rapporto tra un carnefice e la sua vittima, tra un pedofilo di trentacinque anni ed un bambino di dieci. Eppure Markus Schleinzer insegue proprio la normalità di questa relazione, sbagliata e mostruosa.
Inutile dire che lo sguardo del regista si astiene da qualsiasi giudizio etico o morale perché non c’è possibilità di scelta. Le azioni che non vediamo mai esplicitamente ma intuiamo grazie a dettagli e particolari, e che non per questo risultano meno dure da tollerare, non prevedono alcuna sospensione di giudizio. Sono terribili. Ciò che ricerca però Schleinzer è un punto di vista asettico centrato sulla pura rappresentazione dei fatti, senza nulla aggiungere o togliere alla naturale crudezza della sua storia. È visibile, ma siamo assai lontani da quei risultati, la lezione di Ulrich Seidl e Michael Haneke, registi con cui Schleinzer ha collaborato a vario titolo (in The White Ribbon si è anche occupato del casting e del coaching dei bambini protagonisti).
_ Nella devianza della relazione che lega Wolfgang a Michael, si assiste ad un orrore quotidiano che diviene routine, passaggi scontati e prevedibili all’interno di una giornata. Il sospetto che l’operazione sia furbescamente scandalistica è mitigato proprio dalla assoluta mancanza di esasperazione da parte di Schleinzer. Pur avvalendosi di una regia interessante, però, il film non regge il confronto con gli autori, sopra citati, che rappresentano più di un semplice riferimento. Dove si perde, paradossalmente, è proprio in un ferocia. Per il tema trattato lo sdegno è un sentimento facilmente comunicabile e automatico nel suo manifestarsi. Lo stesso sdegno, però, non passa mai allo step successivo, raggiungendo proprio quella cattiveria di cui dicevamo sopra. Registi come Haneke o Siedl iscrivono in ogni singola inquadratura della loro filmografia un cinismo straordinario in grado di divenire cifra stilistica. In Michael ancora Schleinzer non sembra possedere questa capacità e, pur regalando sequenze ben studiate e di valore, offre un risultato probabilmente un po’ troppo scolastico.
Vale, poi, la pena spendere qualche parola sul protagonista Michael Fuith. Il volto è gelido. Gli occhi impassibili e quasi privi di slanci emotivi. Anche le ripetute violenze nei confronti del bambino si iterano come fossero scadenze da rispettare e appuntamenti da non disattendere. Recitazione perfetta che mischia solitudine e colpa, consapevolezza ed una assurda autoassoluzione.
_Il finale lascia interessatamente aperta e possibile ogni ipotesi e conseguenza. Difficile da digerire, Michael ci e si interroga sulla possibilità che l’orrore si tenga nascosto, insospettabile, molto più vicino a noi di quanto non sia lecito aspettarsi.
(Michael); Regia e sceneggiatura: Markus Schleinzer; fotografia: Gerald Kerkletz; montaggio: Wolfgang Widerhofer; interpreti: Michael Fuith (Michael), David Rauchenberger (Wolfgang), Christine Kain (Mother), Ursula Strauss (Sister); produzione: NGF; distribuzione: Les Films du Losange; origine: Austria; durata: 96’
