Nel paese delle creature selvagge

Dopo oltre sette anni torna con un nuovo film il poliedrico Spike Jonze. Quello con il lungometraggio è stato sempre un rapporto complicato per il regista di Rockville: prima di tutto per la specificità della sua poetica, dato che ha realizzato soprattutto videoclip musicali e pubblicità, poi per il suo stretto rapporto cinematografico con Charlie Kaufman, sceneggiatore dal tocco inconfondibile che ha firmato i primi due film di Jonze - film difficili anche per la critica, che ha avuto giudizi altalenanti a riguardo. Il tempo trascorso è servito quindi a trovare la giusta ispirazione per un film che lo sdoganasse dai suoi precedenti lavori e in cui potesse esprimere meglio la sua personalità, allontanandosi dal marchio evidente del suo sceneggiatore.
Folgorante è stato l’incontro con il romanziere Dave Eggers, co-sceneggiatore con Jonze de Nel paese delle creature selvagge, capace di dare alla pellicola, tratta dal omonimo libro per bambini scritto da Maurice Sendak nella metà degli anni 60, quella profondità e quello spessore che il testo originale non poteva avere e portando il livello del discorso a una dimensione più matura.
Max (Max Records) è un bambino troppo piccolo per essere indipendente e troppo grande perché possa ricevere quelle attenzioni che desidera dai familiari. Il ragazzo, in contrasto con la madre (in verità molto attenta e amorevole nei sui riguardi) per la nuova relazione sentimentale, scappa di casa e fugge nelle terre selvagge dove farà la conoscenza di strane creature.
Nel paese delle creature selvagge è un film stratificato nei suoi molteplici livelli di lettura, a partire dal contrasto tra forma e sostanza. Se la prima immerge chiaramente il racconto in un contesto che potremmo definire favolistico e infonde la messa in scena di sfumature fantasy, la seconda mette invece in evidenza un discorso profondo e attento sulla natura dell’infanzia. Raramente in un film tale periodo esistenziale è stato trattato con tanto crudo e feroce realismo. Max è, in fondo, un bambino ‘cattivo’ incapace di controllare le proprie pulsioni, ma divenendo re delle creature del bosco il ragazzo ‘selvaggio’ matura consapevolezza e un nuovo rigore morale. Attraverso un forte simbolismo che procede per gradi, il ragazzo percorre un’evoluzione che lo conduce a tale maturazione. All’inizio del processo è la distruzione l’elemento cardine. Max con la creatura Carol, alter-ego animale del ragazzo, deflagra le capanne: è il suo modo di presentarsi al gruppo, mostrando la sua bestialità (espressa palesemente dall’ululato). Nel film il distruggere è sempre un atto eclatante e viene mostrato con clamore proprio per annullare qualsiasi possibilità di gioco o sensazione di fanciullezza. Il secondo momento della trasformazione è rappresentato dalla decisione del ragazzo di aggregare il gruppo (emblematica a riguardo la scena in cui dormono assieme e decidono di costruire il palazzo): cercando l’unione, il ragazzo riscopre dunque i valori familiari. Infine l’ultimo step nella trasformazione di Max, quando finalmente comprende se stesso rivedendosi in Carol, consente al ragazzo di scoprire la complicata tessitura dei rapporti all’interno del gruppo. In un qualche modo Max si rende conto della vita e della difficoltà delle relazioni e decide di tornare a casa.
Nella sua complessità il film funziona perfettamente. Eccezionale la resa espressiva delle creature capaci di donare alla rappresentazione un’atipica veridicità, accentuata dal paesaggio naturale in cui si cala l’azione. A marcare il film anche la grandissima fotografia iper-realistica di Lance Acord capace di regalare riprese suggestive, che guidano la coscienza dello spettatore nello splendore di luoghi lontani e sconosciuti.
Segnaliamo inoltre la performance del protagonista, autentica rivelazione. Più di un semplice bambino prodigio, Max Records riesce a portare sullo schermo tutta la solitudine e la malinconia esistenziale del suo personaggio. Altrettanto intensa è l’interpretazione della Keener, attrice feticcio di Jonze, che in pochi minuti di film riesce a ritagliarsi un ruolo primario. Commoventi e struggenti le scene tra i due in cui è palpabile un’autentica intimità.
Ad esaltare il film, infine, una regia che indugia sempre sul protagonista, seguendolo costantemente ed evidenziando uno struggente senso di umanità - le creature, come la madre del resto, mostrano verso il ragazzo un legame sentimentale; KW ad esempio dice nel finale: «...ti mangerei per quanto ti amo...».
Applaudiamo dunque il ritorno di Jonze dietro la macchina da presa, perché con una regia attenta, dinamica e vorticosa mette in scena le complessità e la turbolenza interiore di un bambino di nove anni, mostrando con lucidità la drammatica esperienza di un’infanzia selvaggia
(Where the Wild Things Are) Regia: Spike Jonze; sceneggiatura: Spike Jonze e Dave Eggers dall’omonimo libro di Maurice Sendak; fotografia: Lance Acord; montaggio: James Haygood e Eric Zumbrunnen; musica: Carter Burwell e Karen Orzolek; interpreti: Max Records (Max), Catherine Keener (Mom);voci James Gandolfini (Carol), Forest Whitaker (Ira), Chris Cooper (Douglas); produzione: Warner Bros. Pictures, Legendary Pictures, Village Roadshow Pictures; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; origine: U.S.A., 2009; durata: 99’
