Never Back Down

“E chi si estrania dalla lotta, è un gran fijo…” Così incitava la sua squadra Alberto Sordi, presidente del Borgorosso Football Club. Ahinoi, qui non si parla del nostro amato calcio ma del MMA, ovvero dell’arte marziale mista. Nuovo argomento per un genere, il teen drama americano, di cui Never Black Down è l’ultimo scellerato prototipo, una declinazione violenta che non aggiunge nulla di nuovo a un filone usurato. Storie di taglio giovanilistico che ricorrono agli schemi drammaturgici più triti per raccontare l’ascesa e il “farsi largo nella vita” di ragazzi sognatori.
Jake Tyler è una promessa del football, un tenace ragazzo la cui carriera si chiude con una maxirissa nel corso di un match. Trasferitosi in un nuovo liceo nella città di Orlando, Jake fa fatica ad inserirsi nel chiuso contesto del college, dove l’unica persona che riesce a conoscere è la bella Baja, sua compagna di classe. Il passato del ragazzo incontra la curiosità degli altri studenti quando il video della rissa finisce su internet. Come al solito c’è un fresco trauma familiare, la morte del padre vittima dell’alcol, con tutti i problemi che ne conseguono per la madre e il fratellino. Invitato ad una festa, Jack viene provocato e costretto al combattimento dal bullo Ryan che cerca (sorpresona…) di rovinargli l’idillio con Baja. Picchiato da Ryan, Jack si ripromette di batterlo in un nuovo combattimento. Per riuscire nella sua impresa (immotivata) c’è il classico addestramento in palestra, in un crescendo di esercizi e sudore. E poi ci sono le amicizie (immancabile l’amico goffo e cicciotto), le piccole prove da superare: tutti elementi che sembrano saltar fuori da un vecchio film di John Avildsen (Karate Kid?), così da mille altre storie sul genere.
L’estetica di Never Back Down galleggia tra videoclip e videogames, basata com’è sul ritmo e sulla mobilità della macchina da presa. Le inquadrature si susseguono rapidissime: non si ha il tempo di scrutare un personaggio o di osservare un ambiente. Tutto e subito. Non è il caso di giudicare la morale del film; ci auguriamo che l’autore lo abbia realizzato come puro divertissement. In caso contrario ci sarebbe di che preoccuparsi: la privilegiata gioventù americana vi appare priva di ogni ideale, aspirazione, dedita a feste in ville esclusive con belle fanciulle e corpi scolpiti. Giovani ossessionati dallo sguardo altrui, che girano con videocamere per riprendere una realtà che non vivono, mentre youtube sostituisce i loro occhi. Il film avanza goffamente sino all’incontro finale, nel quale Jack riesce a sconfiggere il suo antagonista in un incontro per strada con tanto di piccola folla a tifare (ma la polizia dov’è?!). E proprio quest’orgia di spericolati movimenti di macchina, zoomate, calci volanti, ci fa tornare indietro nel tempo. Quando da bambini, in sale affollate e chiassose, consumavamo i pomeriggi con i vari Mortal Combat, Street Fighter, Fatal Fury, e chi più ne ha più ne metta. Una partita costava 200 lire. Ecco, Never back down ha le sembianze di un videogioco, neanche dei migliori. Il mostro finale è stato battuto, la bellona di turno abbraccia l’eroe che la folla osanna ossessivamente. Il giorno dopo nel college il nemico pestato ti sorride, mentre la saracinesca della palestra si chiude. Game Over.
(Never Back Down); Regia: Jeff Wadlow; soggetto e sceneggiatura: Chris Hauty; fotografia: Lukas Ettlin; montaggio: Victor Du Bois, Debra Weinfeld; musica: Michael Wandmacher; interpreti: Sean Faris, Djimon Hounsou, Amber Heard, Cam Gigandet, Evan Peters; produzione: Summit Entertainment, Mandalay Pictures, Baumgarten Management and Productions, Mandalay Independent Pictures; distribuzione: Medusa Film; origine: USA, 2008; durata: 110’
