Noi 4: Incontro con Francesco Bruni e il cast del film

Ancora Francesco Bruni, ancora famiglia e ancora Roma ad osservare, ospitare e accogliere. L’opera seconda si intitola Noi 4 e ha più di un punto in comune con il precedente Scialla!, del 2011.
Bruni: Io trovo i due film molto affini. Può darsi che Luca (il protagonista di Scialla! interpretato da Filippo Scicchitano) abbia frequentato la stessa scuola di Giacomo (l’adolescente protagonista di Noi4, interpretato dall’esordiente Luciano Bracci Testasecca). I due film raccontano un macrocosmo comune e lo fanno con gli stessi toni.
Nel film c’è un piccolo cammeo di Filippo Scicchitano, nel ruolo di un operaio della metro. Poche inquadrature, solo un paio di battute.
Bruni: Potrebbe essere che il Luca di Scialla! sia finito a fare l’operaio visto il suo rapporto con lo studio. Con Filippo ormai siamo diventati grandi amici, ci vediamo tutti i giorni, lui mi fa la critica di tutti i film che vede ed è diventato un intellettuale insopportabile (ride..). Mi ha fatto piacere chiedergli una piccola presenza nel film.
Di Bruni, ha ricordato Mario Sesti (moderatore della conferenza), Suso Cecchi D’Amico disse che “si riconosce una sceneggiatura dopo due righe”. Ed era ovviamente un complimento. Della commedia cosiddetta all’italiana Bruni segue le orme, la lezione, l’idea di cinema.
Bruni: Io sono una persona che cerca di vedere il meglio in tutti. Come scrittore ho assimilato una lezione da Suso e da Furio Scarpelli: cercare il positivo nei personaggi negativi ed anche il negativo nei personaggi positivi. Cerco personaggi sfaccettati, e credo che nel mio film tutti e quattro i protagonisti lo siano. Ognuno possiede diversità al suo interno. Ettore, per esempio, (Fabrizio Gifuni) è inaffidabile ma è anche allegro; Lara, invece, (Xenia Rappoport) è affidabile ma è anche nevrotica e tesa. Ognuno ha le sue controversie e contraddizioni. Inoltre sono diversi a seconda di chi hanno di fronte. Cambiano, possiedono ognuno diversi lati del carattere che vengono fuori in determinate situazioni. Io li amo tutti e quattro. Il lavoro più difficile è stato cercare di creare un caleidoscopio di rapporti complesso, perchè rappresento i protagonisti in diversi momenti e con diversi comportamenti. Ma ripeto, li amo tutti e quattro moltissimo.
Il regista e sceneggiatore livornese risponde con intelligenza ed attenzione a ogni domanda, rendendo interessante l’incontro con lui e col cast del suo film. Ovviamente gli viene fatta una domanda su come è nata l’idea di Noi 4..
Bruni: Devo dire che ho un orizzonte narrativo piuttosto limitato. Non riesco ad andare molto al di là di ciò che mi circonda. Prendo ispirazione dalle persone che ho vicino. La riflessione sul film nasce due anni fa, da ciò che stava succedendo alla mia famiglia (anche se la mia famiglia è molto diversa da quella del film). Ma sia io che mia moglie stavamo perdendo centralità rispetto ai figli che crescevano. Ho pensato che per il film avrei voluto attori che potessero restituire la semplicità di quelle famiglie che vedo intorno a me tutti i giorni. Attori che non mettessero troppa notorietà nel film.
Doveroso chiedere al regista il modo in cui ha lavorato con la squadra di attori..
Bruni: Loro hanno lavorato a coppie, proprio per mettere a fuoco il sentimento che dominava ciascuno dei due binomi nel film. Non hanno mai provato in quattro. Per me loro sono un po’ come "gli incredibili", e non a caso c’è anche una citazione volante di quel film: si vede un manifesto da qualche parte attaccato a una parete. Quando loro quattro stanno insieme, sprigionano l’amore. Sono come quei supereroi che insieme sviluppano un super potere
In Noi 4 c’è una figura di padre "Peter Pan" (il personaggio di Fabrizio Gifuni) che stiamo vedendo con sempre più crescente frequenza al cinema.
Bruni: Credo sia un evento abbastanza epocale, quantomeno nel nostro paese. Credo che l’infantilismo degli uomini sia diventato un fenomeno epidemico. Nel maschio italiano c’è una pulsione generale all’infantilismo. Basta vedere il comportamento di certi nostri parlamentari: c’è gente che guarda le partite sul computer durante una seduta parlamentare.. Un perfetto comportamento alla Ettore (Gifuni del film). Secondo me nel maschio italiano c’è una pulsione all’irresponsabilità e alla mancanza di impegno (che un po’ ho anch’io e che forse sublimo attraverso i miei personaggi). Giorni fa ho organizzato una proiezione di Noi 4 con pochi amici, e tutti mi dicevano che vorrebbero vivere come Ettore. Non so da cosa dipenda. Forse da una mancanza di fiducia, forse da una frustrazione che spinge a tirarsi fuori dalla competizione. Non lo so, non sono capace di compiere un’analisi sociologica su questo tema.
Sul loro lavoro con Bruni intervengono gli attori..
Gifuni: Per me è stata una grande fortuna la presenza in questo film dopo Il capitale umano di Paolo Virzì: avere la possibilità di fare due personaggi che venissero dalla stessa penna, visto che c’è anche la firma di Bruni in quel film. Si tratta di due personaggi agli opposti, uno è povero e inaffidabile, è uno che svicola e si defila dalle situazioni scomode; l’altro è ricchissimo ed è capace di sopportare ogni tensione. Tra l’altro attendevo da tempo una commedia, dove forse riesco a dare il mio meglio. Purtroppo è una questione di "caselle", il cinema italiano lo fa. In ogni caso mi sono divertito tanto a fare questo cialtrone che ha nel suo principale difetto il suo maggior pregio: sa stemperare le tensioni, sa portare un sorriso dove c’è ansia. La prima cosa che feci al cinema era un idiota padovano in La bruttina stagionata di Anna Di Francisca. Beh, quel cialtrone aspettavo da tempo di poterlo rifare. Ettore ha qualcosa che somiglia al personaggio di La bruttina stagionata ma anche una leggerezza che mi riporta ad Un amore di Gian Maria Tavarelli.
Quanto hai messo di tuo in Ettore?
Gifuni: E’ fatale che in ogni personaggio sia contenuta una parte piccola o grande di te. La metti in campo ogni volta. Il lavoro dell’attore è secondo me quello di andare a ficcare il naso dentro ogni parola scritta nella sceneggiatura. Io cerco sempre di mettere a disposizione quello che ho in comune con un personaggio. Ma anche quel "giocare ad essere", come fanno i bambini. Da lì parto. Cerco qualcosa che mi smuova a livello profondamente ludico. In teatro, poi, è una cosa ancora diversa, visto che da dieci anni faccio solo lavori in cui l’interpretazione è una piccola parte del lavoro, diciamo la parte finale. Al cinema mi continua a divertire l’idea del gioco puro, non essere responsabile della grande struttura del racconto.
Rappoport: Quando ho letto la sceneggiatura (che ho amato molto), mi sono riconosciuta e nel mio personaggio ho rivisto molte donne russe. Più in generale credo che molte donne oggi nel mondo siano così. Ci sono un sacco di problemi, mille cose da fare, mille corse ogni giorno. Il problema più grande del mio personaggio era la lingua. Lara è scritta in maniera "molto romanesca". Quello è stato un po’ complicato, trovare le sfumature giuste nel parlare, gli accenti, i modi di dire, ma è andata bene. Poi sul set ho avuto la fortuna di trovare dei fantastici partner.
Grande tema del film è appunto la famiglia, robusto filo rosso del cinema italiano.. Ma il modo in cui la racconta Bruni pare piuttosto originale..
Bruni: Quella di Noi 4 è una famiglia un po’ anomala ed io sinceramente mi sono stupito che questo tipo di famiglia non sia raccontata nel cinema italiano. E’ un tipo di famiglia che definirei "borghese progressista metropolitano". E’ come se ci fosse un buco, nella nostra narrativa cinematografica: non c’è spazio per persone in qualche modo normali, anche se la normalità da vicino è una chimera che scompare. Ma credo che ci sia una fetta di popolazione piuttosto cospicua che non trova rappresentazione nel nostro cinema, il quale si concentra su figure marginali, criminali, delinquenziali, disperate o straricche. Quindi ho voluto riempire questo buco. Mi sembra una fetta di popolazione molto considerevole ed esiste per ciò un pubblico per questo tipo di cinema. Ecco, se vogliamo ho fatto un ragionamento anche commerciale.
E’ un periodo in cui sono i provinciali che raccontano bene Roma. Pensiamo ovviamente a Sorrentino e a La grande bellezza. Quello di Bruni è anche un film su Roma, e questa è per certi versi una differenza rispetto al film precedente, comunque ambientato a Roma, ma nel quale la città era descritta con meno centralità e importanza.
Bruni: Roma è la quinta colonna di questo film insieme ai quattro protagonisti. E’ Roma come la vivo io. Quella di un padre che ogni giorno incontra le due anime di questa incredibile città. Grande bellezza e grande bruttezza. Mi fermo a vedere il Circo Massimo, ed anche se ormai sono 25 anni che sto a Roma, ogni volta mi stupisco. Più spesso invece mi trovo nel traffico, nel casino, ed è in quel casino quotidiano che ho messo i personaggi del film. Le persone che passano nelle inquadrature non sono comparse. Entrava in campo quello che passava. Alla Stazione Termini, per esempio, è tutto vero. C’è un gran rumore nel film. Credo che anche questa dimensione di Roma sia poco raccontata. Ho messo nei guai il fonico, l’ho costretto a fare un lavoro pazzesco.
Nella commedia all’italiana si dice che le luci, i suoni e la musica non debbano troppo disturbare. Non ci deve essere "troppo stile" altrimenti si rischia di distrarre lo spettatore dal racconto..
Bruni: Ho cercato di rubare dal vero. Volevo che entrassero come colonna sonora i rumori della città. E’ stato un equilibrio molto difficile da raggiungere. Per la luce ne volevo una abbacinante, una luce calcinata, con grande prevalenza dei bianchi. Credo che questo tentativo si veda, anche se purtroppo non sono sempre riuscito a portarla a casa, perché se ricordate bene a Giugno dell’anno scorso (quando ho girato) pioveva sempre.
Il film ha un finale aperto, non viene detto se quella famiglia subirà un nuovo cambiamento o in che modo troverà il suo equilibrio... A Bruni viene chiesto di completare il film a parole..
Bruni: Vorrei lasciare questa interpretazione a chi vede il film. Io ho una mia idea su quello che succederà ai personaggi. Credo però che quell’attimo di profonda intimità che vediamo, vuole dire che l’amore tra due persone è un fuoco che non si spegne mai. Ci puoi buttare sopra quello che vuoi. Rimane! Qualcosa del genere accadeva anche in Scialla! Lì non si ricomponeva una famiglia, ma Luca sapeva che c’era una madre e che c’era un padre. Io penso che sia sufficiente questo, che le persone imparino a comunicare, a rispettarsi e a volersi bene. A sapere che ci sono gli uni per gli altri.
