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L’arbitro

Pubblicato il 12 settembre 2013 da Monia Manzo
VOTO:


L'arbitro

Primo lungometraggio del regista Paolo Zucca, L’arbitro è tratto da un suo precedente corto, premiato nel 2009 ai David di Donatello. Nel film il calcio e il mondo arbitrale sono elementi reali e centrali di un plot, suddiviso in due storie parallele, e di un subplot all’interno della seconda, di cui il regista si serve però per parlarci della Sardegna e della sua cultura tradizionale.
I protagonisti sono da un lato un arbitro di livello internazionale, il "principe" Cruciani, interpretato da un coreografico e maturo Stefano Accorsi, che aspira a toccare i massimi livelli dell’arbitrato, scendendo però a compromessi con una becera lobby calcistica; dall’altro due sgangherate squadre di calcio dell’entroterra sardo, il Montecrastu, campione ormai abituale, e il Pabarile, squadra in perenne retrocessione.
Quest’ultima viene positivamente sconvolta dall’arrivo di Matzutzi, (interpretato da un notevole Jacopo Cullin) un mesto ragazzo proveniente dall’Argentina e bravo a giocare a calcio, che incarna paradossalmente il contrario del calciatore straniero venuto in Italia a raccogliere successi; lui infatti vi ritorna solo perché figlio di un migrante, Sventura, il quale non hai mai chiaramente trovato fortuna all’estero.
Al povero Matzuzti rimangono di sudamericano solo dei capelli demodé e un accento cantalenante, accompagnato da una gestualità che evoca una danza latina kitsch mista alla camminata di un giocatore che si prepara a tirare una punizione.
Come in tutte le commedie che si rispettino lo pseudo-eroe si innamora della sua bella/non bella Miranda , la bravissima Geppi Cucciari, un misto di comicità e sensualità che si alternano senza tregua.
Miranda è la figlia di Prospero (Benito Urgu), Pluto nostrano e mitologico personaggio del film, in quanto pur essendo cieco è l’allenatore della squadra di Pabarile.
Il gioco di ruoli viene chiaramente evocato dai nomi scelti per i personaggi che non a caso sono gli stessi della lontana opera di La tempesta di Shakespeare, che non c’entrerebbe apparenterebbe nulla con il calcio e che non vorremmo scomodare, vista l’inflazione di inutili critiche che a volte vorrebbero attualizzare il teatro del Bardo senza un valido motivo letterario. In questo caso invece la citazione è validissima e la possiamo considerare una chiave di lettura per una sceneggiatura semplice ma non banale: l’isola in questione non sarà sperduta nei mari coloniali inglesi, ma è comunque una "un’isolotta" che pur dandosi un tono grazie alla presenza di posti modaioli, presenta tutt’oggi paesini sperduti, in cui l’aspetto animistico/religioso viene sfruttato al massimo, inserendo nelle scene agnelli crocifissi, processioni, segni apotropaici e riti arcaici, sfruttati dal regista in modo estremamente comico quasi a sfiorare il grottesco.
Altro personaggio dal nome shakesperariano , Miranda è una donna smaliziata e contemporanea, ma un po’ bambina e anche lei come la protagonista di La tempesta ha un padre di nome Prospero che, come il mago omonimo, mette a dura prova il pretendente della figlia, anche lui venuto da lontano e già presente nelle conoscenze familiari.
Questo riferimento letterario così importante non comporta nessun cambio di registro, ma rafforza una sceneggiatura che sottende significati più profondi rispetto a quelli che emergono ad una prima interpretazione da parte dello spettatore.
Sarà proprio il subplot dei due cugini/giocatori di calcio che si fanno una guerra spietata uccidendo agnelli o cani pastori ad indicarci che in verità nel film non si parla solo di gioco in senso lato, ma anche di faide e di inutili violenze locali.
I due plot Ricchi/Poveri saranno sempre paralleli senza mai sfiorarsi nel film, fino al punto finale in cui il personaggio del noto arbitro Cruciani viene severamente punito per aver tentato soluzioni machiavelliche al fine di una veloce scalata nelle competizioni internazionali ed ė spedito ad arbitrare la finale Pabarile e Montecrasto.
L’arbitro è un film all’altezza del ruolo che gli è stato assegnato a Venezia: comico, irriverente, ma al contempo ricco di spunti che conducono lo spettatore a riflettere su realtà italiane che non sono solo stereotipi sociali, ma situazione vive che se da un lato divertono per la loro arcaicità dall’altro lasciano l’amaro in bocca; dalle competizioni internazionali alle faide travestite da partite di calcio, la corruzione dell’arbitro la fa da padrona e dietro sappiamo benissimo cearsi qualcosa di molto più profondo rispetto all’immagine presentata da un film dalla fotografia notevole e dalle inquadrature sorrentiniane. Non sarà sicuramente il romantico bianco e nero ad impedire una colorata visione della surreale realtà sarda, che raggiunge il suo apogeo in un finale in cui Cruciani, simbolo dell’elite sociale, si unisce ad una profana e proletaria processione di paese, in cui più che come eroe viene festeggiato come novello santo locale.


CAST & CREDITS

(L’arbitro) Regia: Paolo Zucca; sceneggiatura: Paolo Zucca, Barbara Alberti; fotografia: Patrizio Patrizi; montaggio: Sarah Mc Teigue; musica: Andrea Guerra; scenografia: Pietro Rais, Marianna Sciveres, Margarita Tambornino; interpreti: Stefano Accorsi (Cruciani), Jacopo Cullin (Matzutzi), Benito Urgu (Prospero), Geppi Cucciari (Miranda); produzione: Amedeo Pagani; distribuzione: Lucky Red; origine: Italia; durata: 90’.


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