On the Run Tour: Paul McCartney a Bologna

Si fa fatica ad accorciare la distanza dal palco – cento metri, cinquanta, poi solo un muro di persone in attesa e intenzionate a non cedere di un passo – quel palco su cui tra poco si materializzerà una (la?) leggenda vivente per antonomasia, Paul McCartney.
“You gave me something I understand, you gave me loving in the palm of my hand”. Così il ritornello di una delle canzoni che Sir Paul ha scritto con The Wings – Let Me Roll it – nell’album Band on the Run, il pezzo che dà il titolo al suo tour del 2011. Qualcosa che si può capire, certo non razionalmente spiegare, l’amore che lega le moltitudini ad uno dei due baluardi rimasti in vita – e l’unico a custodirne e diffonderne l’eredità - del più grande gruppo di tutti i tempi, i Beatles. Apre con Magical Mystery Tour, quello che “is coming to take you away”. E via ti porterà, senz’altro. Tre ore di concerto, sessantanove anni d’età, una potenza vocale che surclassa qualsiasi trentenne o ventenne e che potrebbe, con la sua sola presenza, far cambiare carriera a tanti cantanti che mai e poi mai si potranno sognare a settant’anni quasi suonati di fare su un palco Helter Skelter come l’anziano, per sempre giovane, Sir Paul. Sul fatto poi che nessuno ha mai scritto un pezzo del genere, a quello ci pensano i litri di inchiostro che ancora si spargono su come sia possibile che un bel giorno nei sobborghi di Liverpool si siano potute incontrare tre persone chiamate John Lennon, Paul McCartney e George Harrison. E in seguito Ringo Starr.
McCartney entra sul palco vestito tutto in nero, col completino quasi monastico dei primissimi Beatles, quelli dei cori all’unisono e di Please Please Me. Ma dopo Magical Mystery Tour e Jet già rimane in camicia, gesto che scatena qualche urlo – più di partecipazione che di adorazione femminile – e che fa sorridere sotto i baffi un uomo che per anni ai concerti non ha potuto sentire neanche la propria voce, coperta dalle urla impazzite di migliaia di teenager e non solo.
Dopo un’ora e mezzo in cui si mischia il repertorio dei Beatles a quello solista (e con The Wings) padrone assolute del palco diventano le canzoni dei Fab Four scritte da McCartney, con l’esclusione di Live and Let Die accompagnata da fuochi d’artificio e dal tributo di routine a Harrison) – Something suonata all’ukuele – e quello a Lennon (Give Peace a Chance attaccata ad A Day in the Life). Chi segue assiduamente Sir Paul e i suoi concerti dal vivo ha un’idea abbastanza chiara di cosa farà; non c’è molto spazio per l’improvvisazione. Ma è il rituale collettivo a contare, e la magia inspiegabile di sentire quelle canzoni fatte dal vivo da colui che le ha scritte. Eleanor Rigby, All my Loving, Got to Get you into My Life, And I love Her, The Night Before… Pezzi come The Long and Winding Road e Blackbird (“che – rivela McCartney – ho scritto per dare il mio contributo alla battaglia per i diritti civili dei neri”) non mancano di strappare un fiume di lacrime agli astanti. E non mancano neanche le sorprese: Sir Paul interagisce col pubblico – nel gran finale elargisce autografi e chiama alcuni fan sul palco – e dialoga con le persone che esibiscono i cartelloni nelle prime file. C’è anche chi gioca con l’imperitura leggenda della sua morte nel ’66: “I want to hug the real Paul”, voglio abbracciare il vero Paul, recita un manifesto. “Ma come, non ricordi che ti ho abbracciata ieri notte?” risponde beffardo il Favoloso, con piglio più da scafata rockstar che da baronetto. E ancora: per la prima volta in 50 anni McCartney suona dal vivo The Word, e commuove nuovamente gli spettatori quando, per eseguire Paperback Writer, sfodera la chitarra originale con cui fu realizzata, nel 1966.
Ma la canzone che più di tutte dà la misura del momento magico che si viene a creare è Hey Jude. Grandissima canzone, ma sicuramente non uno dei pezzi maggiori partoriti dal genio del Macca. Eppure. Da anni il suo creatore la esegue seguendo un canovaccio preciso: lui al piano lascia cantare tutto il pubblico nel gran finale da stadio, l’imperituro “na na na naaah Hey Jude”. Poi solo gli uomini, poi solo le donne, poi di nuovo tutti insieme. L’aveva fatta così a Roma, davanti al Colosseo e a 500.000 persone, nel 2003. L’ha fatta così a New York e quando ha ricevuto il premio della Biblioteca del Congresso alla Casa Bianca l’anno scorso, davanti a Barack Obama e consorte, in compagnia di tutti i musicisti chiamati a rendergli tributo. E così la fa a Bologna, 2011. E’ una routine consolidata, che si ripete uguale negli anni. Ed è il momento in cui uno realizza cosa significhi essere lì, insieme a decine di migliaia di persone, a cantare in coro una canzone scritta più di 40 anni fa, insieme a Paul McCartney. Semplicemente, per alcuni, uno degli apici che la vita ha da offrire.
C’è anche la madre di tutte le ballate d’amore, Yesterday, probabilmente la canzone più famosa al mondo, nonché la chiusura su Carry that Weight/Golden Slumbers/The End, quest’ultima breve sonetto che più di qualsiasi scritto critico racchiude il senso dell’amore che lega i Fab Four, e nella fattispecie Paul, ai fan di tutte le generazioni.
Paul McCartney, idolo vivente di un’epoca che ancora riempie di icone i giorni in cui viviamo. Ad alcuni di loro è spettata la gloria perenne, morire giovani ed entrare nell’olimpo senza una macchia. Ad uno in particolare, Jimi Hendrix, va anche un tributo: al finale di I’ve Got a Feeling Paul & Co. accompagnano una piccola cover strumentale di Foxy Lady.
Altre icone sono sopravvissute, e sulle spalle portano tutto il peso della loro leggenda.
Si fa fatica ad accorciare la distanza dal palco ma presto di capisce che non è importante quanti metri separino da lui, perché quello che importa è condividere, con tutte le 13.000 persone presenti, quelle canzoni e quella vicinanza. Ed il segreto è tutto qui. I Beatles, Paul McCartney: all you need is love. E lo si può pensare – anche gridare – senza essere patetici. Per questo è bello cantargli di rimando la sua canzone d’amore, Let Me Roll it: you gave me loving in the palm of my hand.
