PAOLO SORRENTINO INCONTRA IL PUBBLICO - ROMA 30/11/06

Lo scrittore Giancarlo De Cataldo, autore di quel Romanzo Criminale da cui Michele Placido ha tratto l’omonimo film l’anno scorso, introduce la conversazione tra Paolo Sorrentino e il pubblico accorso alla libreria Feltrinelli di Piazza Colonna. Il regista napoletano parlerà in particolare della splendida sua ultima opera: L’amico di famiglia.
Ho visto da pochi giorni il tuo ultimo film: volevo capire dove fosse il sottile “stare in guardia” verso di esso, come ho potuto leggere sui giornali. Alcuni critici hanno parlato di una Sabaudia «metafisica e fascista»: ma non si tratta solamente di un fondale, perché tu ci hai mostrato il backstage della nostra (in parte) schifosa Italia. Il tuo film è una metafora sul nostro Paese ed è un’opera estremista, dove lo stile è narrazione: tutto questo per smuovere le paludi della fiction, perché lo spazio metafisico e fascista è l’Italia di oggi.
Parliamo di Geremia: ripugnante, ma dotato di una classe che ti fa quasi parteggiare per lui; mi ha fatto pensare all’usuraio ebreo Gobseck di Balzac. «Siamo malati, ma siamo bellissimi»: sembra Leonard Cohen che canta di Janis Joplin. E poi la citazione coeniana di Arizona Junior.
Mi appassiona la parola “critici”, per me vale quello che ha detto Flaiano: ogni artista, secondo la critica italiana, attraversa tre fasi: «giovane promessa, solito stronzo, venerabile maestro»! Ora tocca a Matteo Garrone, col suo prossimo film, l’ingresso nella seconda fase...
Il personaggio di Bentivoglio è diverso da quello di Arizona Junior; semmai è più vicino a Un uomo da marciapiede, film ancora più tetro e atroce del mio.
Perché hai tagliato e rimontato il finale, che nella prima versione metteva in scena una vendetta sanguinosa? Secondo me è stato giusto operare in questo modo, perché la tua è stata una scelta non convenzionale.
Vi era un ritorno del nobile che spara ferendo il nostro protagonista, ma non a morte: Geremia viene punito dall’unica persona che non è stata una sua vittima, l’unica a non avere ricevuto alcun prestito. Ma poi il finale rimaneva lo stesso che avete visto voi.
Oggi tanta gente ricorre all’usuraio per soddisfare i bisogni superflui, e non più quelli vitali: sono cambiate le necessità primarie, si può ricorrere all’illegalità non più solamente per sopravvivere. E’ questa la degenerazione dei costumi.
Come ne Le conseguenze dell’amore anche Geremia si perde per una donna, per un sentimento puro e autentico, pensa di avere fatto colpo perché si considera un amico di famiglia. Perché l’amore è un sentimento mortale?
Perché i protagonisti dei due film fraintendono e cadono in equivoco. Titta vive un isolamento imposto, ma anche voluto; Geremia è un bambino cresciuto di settant’anni che sa rapportarsi solo col prestito spicciolo, che è il suo lavoro; difatti quando tratta una cifra ingente, crolla perché non abituato a simili affari. Entrambi sono degli asociali, inadeguati a stare in società, ma non degli emarginati.
Perché quell’ambientazione per L’amico di famiglia?
Non ci si può non confrontare col sistema televisivo, il quale, anche quando è servizio di qualità, ci presenta sempre e comunque un’immagine media: ed io voglio sfuggire tutto questo; difatti l’architettura fascista è ben diversa da un’immagine media, perché valorizza l’estetica cinematografica.
Un’estetica del senso, voglio sperare...
Solamente delle belle immagini.
La scelta di Sabaudia è stata un’operazione staccata dalla sceneggiatura, oppure è avvenuta durante la stesura?
La storia che ho raccontato non aveva alcun nesso con un ambiente specifico: un usuraio può vivere ovunque. Ho preferito, però, un ambiente che si confacesse dal punto di vista cinematografico: tutto per rappresentare l’ordine e il caos nello stesso luogo, come la Svizzera de Le conseguenze dell’amore.
Da dove parti quando cominci a scrivere?
Di solito da un personaggio che prende forma, che mi affascina: cantanti di musica leggera e calciatori, o un bambino con una madre opprimente, il mondo della finanza e la mafia. Ma un personaggio funziona quando pensi di conoscerlo, quando puoi mitizzarlo e far fluire la fantasia, non quando ne hai una conoscenza diretta.
Secondo un famoso detto cinese «Nessuna buona azione resterà impunita». I tuoi protagonisti cadono su un bel gesto: è questa una dimostrazione di un tuo pessimismo?
Geremia non cade, cadono gli altri: lui è pieno di buone intenzioni, ricomincia la propria vita; tutti gli altri sono mossi solo dall’apatia. Ne Le conseguenze dell’amore la morte di Titta non implica una sconfitta, ma un effetto liberatorio. Geremia si salva, per cui ne L’amico di famiglia vi è un lieto fine: un uomo e il suo hobby, a contatto con la natura, il massimo viste le sue ambizioni di partenza...!
(Rivolgendosi al pubblico) Io amo questi incontri, ma presentano sempre il problema che non ci troviamo sulla stessa lunghezza d’onda: voi avete appena visto il mio film, io non ne posso più perché ci ho lavorato sopra negli ultimi mesi... Preferirei parlare del mio prossimo film...!
(Domanda da parte del pubblico): A livello narrativo dopo una prima parte lenta, assistiamo a un montare della tensione, poi a metà succede qualcosa che non lascia che si sviluppi una trama regolare. Pensi davvero che le trame andrebbero abolite? Ad esempio, per quanto riguarda la scena serale coi gladiatori che dicono «Un tempo lavoravamo a Cinecittà», si può dire che secondo te la trama appartenga al passato?
Credo che sia un po’ eccessivo abolire del tutto la trama. Le trame sono poche e molto ripetitive, ci si può giocare poco. Ma in questo film ce ne è una ed è anche un po’ elementare.
Sono convinto (perché me lo hanno spiegato...!) che i film a un certo punto debbano cambiare ritmo.
(De Cataldo): Volevo chiederti dei generi, che da sempre hanno dato vita a una polemica ricorrente. Gli autori italiani vengono spesso accusati di aver rovinato l’industria cinematografica nazionale seppellendo proprio i generi e il rapporto col pubblico.
Penso che da noi non si sia mai fatto un cinema di genere, poiché è stato sempre comunque qualcosa di puramente italiano: gli spaghetti western, la commedia all’italiana erano sempre prototipi tipici di una piccola cinematografia. Penso che oggi sarebbe pericoloso inseguire i Generi, perché avremmo costi molti alti: è difficile ricorrere ad essi addirittura in letteratura, che è molto meno costosa del cinema.
Per me i miei film non sono di genere: non sapevo bene cosa fosse un noir se non dopo averlo letto nelle recensioni su Le conseguenze dell’amore!
Per quanto fa schifo Geremia, fa più schifo la signora che fa finta di essere malata per poter giocare al bingo. E il noir è tipico di un cinema dove la disperazione più cupa prevale nel mondo. Tu potresti ambientare una storia ovunque: ma l’Italia di oggi ti aiuta in questo? Da noi abbondano casi utili per il tuo cinema?
Quello che mi piace indagare è come il denaro possa guidare i rapporti fra le persone. E in Italia è molto diffusa la natura occulta del potere, come è tipico nei Paesi poco sviluppati.
Sabaudia evoca un raggelamento dei personaggi, quindi qualcosa di più specifico: da quali ossessioni sei abitato quando scrivi?
Non sono abitato da nessuna ossessione... In realtà per L’amico di famiglia pensavo a una commedia: l’avarizia e la finta povertà sono da sempre dei temi comici. Comunque il mio film è qualcosa di abbastanza realista: sono più grottesche certe fiction televisive dove la polizia è sempre efficiente! Poi se è diventato qualcosa di diverso da una commedia, questo non lo so.
(Pubblico): Quello dell’avaro è un tema molto tradizionale in Occidente, basti pensare a Molière, Jonson e Balzac.
Non ho avuto nessuna mira a fare qualcosa di assolutamente originale, ma solo di provare a far ridere con qualche cosa che di solito non fa ridere: tutto molto semplice.
E’ giusto così: che ci siano reazioni molto articolate, quando le intenzioni di chi crea sono minime; i registi bravi, di solito, non sono molto colti!
(De Cataldo): Tu sai come finiscono i tuoi film, o cambi durante le riprese?
Nel primo film, L’uomo in più, ho cambiato il finale di continuo, perché è la parte più difficile da scrivere in fase di sceneggiatura. Però solitamente so già fin dall’inizio come far terminare un film.
(Pubblico): Nella scena iniziale il puledro in libertà e le ragazze che giocano a volley sono le proiezioni dei due protagonisti (la libertà per Bentivoglio e il sogno della bellezza per Rizzo)?
Tutte le letture sono giuste, anche quelle dei critici cui il film non è piaciuto. Mi fanno meno piacere i giornali che hanno sempre un’unica via di critica, stabilita da tempo: ad esempio un ecumenismo verso il cinema italiano, tranne che per certi registi! Io sono stato tacciato di essere manierista e vuoto: forse è così...
In un film è molto bello realizzare la prima scena: si ha a disposizione una superiore libertà anarchica, puoi permetterti di mostrare qualcosa che può anche non avere nulla a che fare con tutto il resto del film.
Ho notato delle differenze di stile tra il tuo primo film e i due successivi.
L’uomo in più è un po’ grezzo: magari ha altri meriti.
L’imbalsamatore è parente de L’amico di famiglia? Ad esempio la figura del nano.
Sono contento di venire accostato a Garrone. Ma per il mio film ho pensato di più a Dolce è la vita di Mike Leigh e a Brutti, sporchi e cattivi. Comunque io e Garrone abbiamo un modo simile di vedere le cose.
(De Cataldo): Un consiglio al cinema italiano, oltre a quello di farti sempre lavorare!
Sarebbe bello un cinema che stesse veramente sulla realtà, la quale può fornire spunti clamorosi; cosa che io stesso non ho ancora fatto, perché lavoro molto sulla fantasia. Parlo di realtà da cronaca spicciola. Per questo motivo ho apprezzato Il caimano e Buongiorno, notte.
