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Per Fiducia (Conferenza stampa)

Pubblicato il 2 settembre 2009 da Arianna Pagliara


Per Fiducia (Conferenza stampa)

Nel pomeriggio di venerdì 27 Marzo è stato presentato, alla Casa del Cinema di Roma, il progetto cinematografico Per fiducia, un’iniziativa sostenuta da Intesa Sanpaolo che coinvolge tre importanti nomi del cinema italiano: Ermanno Olmi, Gabriele Salvatores e Paolo Sorrentino. I registi firmano tre cortometraggi, diversi per valenze stilistiche e qualitative, accomunati però dall’argomento che trattano, che consiste in una riflessione sul concetto di fiducia.
Ad introdurre l’evento è Stato Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, mentre l’incontro con i tre registi è stato moderato da Paolo Mereghetti. La visione dei cortometraggi, che dopo questa anteprima verranno proiettati al cinema e trasmessi in televisione in edizioni ridotte, è stata preceduta da quella di un breve making off con interviste lampo ai registi, agli attori e ai tecnici.
Tuttavia i tre nomi importanti sui titoli di testa lasciano forse nascere aspettative e attese che non vengono poi soddisfatte e risolte dalle prove di questi registi che, non si può negare, stavolta si forzano – chi più chi meno - entro l’obbligatorio ottimismo che è alla base di questo progetto. Se Corrado Passera, presentando l’iniziativa cinematografica Per fiducia, ha tenuto a sottolineare che l’Italia è un paese in crisi ma anche pieno di vitali energie, e se i registi hanno provato - ognuno in modo differente - a illustrare questo concetto, bisognerebbe poi vedere quanto il pubblico italiano possa riconoscersi in un panorama così delineato. Di sicuro, a prescindere dal loro valore in un contesto prettamente cinematografico, i cortometraggi del progetto Per fiducia più che dare un’immagine dell’Italia di oggi restituiscono (almeno nel caso di Olmi e Salvatores) quell’immagine che molti italiani vorrebbero costruirsi. Un’immagine esageratamente, sorprendentemente edulcorata, soprattutto se si pensa ai percorsi portati avanti nel tempo dai registi, itinerari tra loro diversi cui però – al di là di ogni possibile giudizio di gusto – non si può certo negare spessore e dignità.
Analizzando nello specifico i cortometraggi di Olmi, Salvatores e Sorrentino vanno però fatte le dovute differenze. Con Il premio Olmi racconta la storia vera di due studentesse del politecnico che ricevono un premio per un progetto valido e innovativo, e sceglie di far interpretare le protagoniste proprio dalle due studentesse che hanno vissuto questa esperienza. Al fatto di cronaca il regista aggiunge un lieto fine, che sta nella possibilità di un insperato finanziamento per realizzare un prototipo del progetto ideato delle ragazze. Salvatores invece parte da un soggetto di Valter Lupo per raccontare, in Stella, il caso fortunato di una ragazza dalla vita difficile che trova inaspettatamente un prestigioso posto di lavoro. In entrambi i casi non sono molte le sfumature usate per parlare di un argomento, quello della fiducia, che viene illustrato in maniera piuttosto letterale e a tratti didascalica. Perdendo così in realismo e credibilità, queste storie non sanno però neppure essere ottimistiche favole, e probabilmente non vogliono esserlo. Ma allora non si può non interrogare queste due riflessioni con un’unica, stessa domanda: quanto i due singoli casi raccontati possono sperare di essere rappresentativi di un contesto molto più vasto e complesso? Si rischia, procedendo in questa direzione, di semplificare e banalizzare proprio quella realtà che si è chiamati a rappresentare.
Ben diverso è l’atteggiamento di Sorrentino, che al pubblico che lo interrogava ha dichiarato di aver fatto un film senza parole per paura della retorica. Che nasca da un timore o, più probabilmente, da una perspicace consapevolezza, la scelta stilistica di Sorrentino cava d’impaccio La partita lenta dal rischio di una rappresentazione melensa e insincera della realtà, e ciò soprattutto grazie all’approccio sottilmente metaforico che il regista adotta rispetto al tema da affrontare. Il cortometraggio infatti racconta semplicemente una partita di rugby e i brevi momenti che la precedono, ma trova il suo valore non tanto nel soggetto e nell’idea, forse esile, che sta alla base, quanto nella ricercata dimensione estetica. Uno splendido bianco e nero fotografa con la stessa tensione le geometrie degli spazi vuoti di una periferia (il campo da gioco, il parcheggio di un supermarket) e i volti espressivi delle persone. La macchina da presa sorprende dall’alto i corpi avvinghiati dei giocatori e indugia sul silenzio dei dettagli, degli interni, dei paesaggi, sospendendo il tempo nelle azioni riprese a ralenti, mentre tutte le parole sono scomparse per lasciare, qua e là, posto alla musica. Ci si chiede solo se una tale capacità di controllo dell’immagine filmica non meriti, o non debba cercare, un contesto diverso per esprimersi, visti anche i precedenti di un regista che ci ha regalato splendide sequenze cinematografiche – valga per tutte l’indimenticabile conclusione de Le conseguenze dell’amore – opponendo da sempre ai falsi ottimismi una sana, a volte dolorosa, lucidità.


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