Pesaro 45 - La sirena y el buzo - PNC

L’approccio con La sirena y el buzo, opera prima di Mercedes Moncada Rodrìguez, non è dei più semplici. Il film può possedere per alcuni una magnetica capacità attrattiva grazie alla forza e al realismo di alcune sequenze, alla commistione tra documentario e finzione, all’uso limpido e privo di orpelli che la regista fa della macchina da presa. La storia riprende un’antica leggenda dei Miskitos, gruppo indigeno del Nicaragua, secondo la quale una persona che muore in mare viene toccata dal corpo di una sirena e successivamente vede la sua anima reincarnarsi in tartaruga. Sempre secondo gli scritti del posto la tartaruga deve essere catturata, cucinata e mangiata immediatamente da una donna (queste sono le sequenze più “crudeli” in cui nulla ci viene risparmiato del viaggio delle enormi testuggini verso la morte) per permettere la reincarnazione dell’anima del defunto in una nuova vita.
La Rodrìguez segue quindi la nascita e la crescita di Sinbad sino al suo perdersi in mare garantendo la ciclicità del rito dei Miskitos. Nonostante la storia del giovane protagonista sia frutto di un lavoro di sceneggiatura, l’autrice delinea il racconto mostrando assoluto fedeltà alle antiche pagine rituali del gruppo indigeno. Il film, quindi, nonostante lo stretto legame con elementi di fiction, diviene un documentario sulla vita e sulle credenze di questo sparuto popolo. È un lavoro intellettualmente e culturalmente onesto che si fregia di una fotografia “sporca” (cosa che lo rende ancora più improntato al realismo). Il montaggio è pressoché assente. Assistiamo a parti naturali, in ospedali improvvisati, senza stacchi. Lunghissime sono le sequenze in cui una camera fissa cristallizza gli antichi riti di benedizione fatti dai vecchi saggi del villaggio.
Sebbene lo sguardo della Rodrìguez cerchi una chiara direzione naturalistica, ciò non basta a giustificare una parziale assenza di grammatica cinematografica. La poeticità di alcune sequenze risulta sterile osservando la pellicola nella sua interezza. Non è sufficiente astrarsi nella volontà di restituire la spiritualità dei Miskitos per non fare i conti con la totale assenza di ritmo. Ritmo che lascia sepolti gli spettatori sotto le macerie di 80 minuti che sembrano dilatarsi almeno per il doppio della durata effettiva.
Resta il sapore spiazzante di un’opera compiuta solo a metà, tenuta a galla, nella prima parte, dal curioso e partecipato realismo del racconto, ma che naufraga, nella seconda, proprio per la mancanza di coesione e per una struttura che resta a metà tra il documentario e il film di finzione. Opera che può risultare interessante se vista con occhio antropologico, ma assolutamente noiosa in ottica cinematografica.
(La sirena y el buzo ); Regia, soggetto e sceneggiatura: Mercedes Moncada Rodrìguez; fotografia: Alex Catalàn, Emiliano Villanueva, Cuco Villarìas; produzione: Pierpoline Producciones AmArAntA, La Zanfoña Producciones, Mexican Institute of Films ; origine: Messico, Spagna, Nicaragua, 2009; durata: 83’
