Pesaro 46 - I came from Busan - Bande à Part

In-hwa è incinta. Senza nessuno che la sostenga e che la aiuti in un momento difficile e delicato, la ragazza affronta un parto complicato e quindi firma un documento con cui acconsente a dare in adozione la bambina appena nata, non considerando con la dovuta attenzione le conseguenze di questa azione. Uscita dall’ospedale cerca di ricominciare la sua vita di sempre come se nulla fosse successo. Passeggia per la città, cerca lavoro al porto, trascorre del tempo con la sua unica amica, come lei giovanissima, che si prostituisce per mettere da parte del denaro e partire per il Giappone. Ma la ragazza non può fare a meno di pensare a ciò che le è successo ogni volta che vede le cicatrici rimaste sul suo corpo dopo il parto. Quando comprende che le sarà impossibile dimenticare, decide finalmente di cercare sua figlia.
L’universo in cui si muove la protagonista è freddo e inerte, a volte alienante. La condizione giovanile è descritta dal regista senza sconti né edulcorazioni come una fase segnata dalla solitudine e condizionata dal cinismo del mondo circostante. E’ un film, quello del sud-coreano Jeon Soo-il, bagnato da una luce livida, internamente percorso da una corrente gelida che raffredda anche le emozioni, che paiono come diluite nei lunghi, malinconici silenzi che dominano il tempo della narrazione. Gli spazi sono immobili: la città immersa nel suo grigiore, il porto con le sue navi dismesse e malconce dove In-hwa si rifugia da sola a fumare e a riflettere.
Ricco di passaggi lirici, I came from Busan è il racconto rarefatto e dilatato di un dolore e di una solitudine, costruito - per così dire – per sottrazione, prosciugato e ripulito da ogni eccesso espressivo, ridotto a tratti ad una fenomenologia del reale quanto mai incisiva ma al contempo quasi estraniante. Scarno ed essenziale nel linguaggio, è un film fatto di immagini limpide e spesso suggestive, in cui non c’è spazio per alcun cedimento al sentimentalismo.
In-hwa è quasi a suo agio in una dimensione in cui tutto appare come paralizzato, e affronta il suo dramma personale senza esitazioni. Ma più che la forza di carattere e la risolutezza della ragazza (che tutto sommato vengono fuori solo dopo che lei si è lasciata trascinare dagli eventi, subiti più che vissuti con cognizione di causa) il regista sembra voler descrivere un universo indifferente e gelido in cui per sopravvivere diventa necessario lasciarsi scivolare addosso molte cose, rendersi insensibili e impermeabili come accade, in parte, all’amica della protagonista, concreta fin quasi al materialismo. Ma In-hwa è diversa, come diverso è il suo vissuto. Inizialmente tenterà di accantonare la sua problematica, amara esperienza – eloquente la scena in cui getta nel water il cordone ombelicale della figlia, custodito per lei dall’infermiera – ma poi cercherà di riconsiderare le proprie azioni, facendo del tutto per modificare una realtà che in un primo momento sembra impossibile da intaccare.
Il regista Jeon Soo-il, che ha già svariati lungometraggi alle spalle, si è formato a Parigi ma le sue origini sono a Busan, dove il film è ambientato. Se il titolo internazionale I came from Busan dà rilevanza proprio all’appartenenza della protagonista a questa città, quello coreano fa riferimento al ponte di Yeong-do, luogo che ha una precisa valenza storica e simbolica. Infatti è qui che, per tradizione, in passato si aspettavano i propri cari dispersi durante la guerra, ed è qui che inizia la storia di In-hwa, che ha le doglie e si accascia a terra proprio mentre attraversa il ponte, come mostrano le sequenze iniziali del film, emblematiche della condizione della protagonista, sola con il proprio dolore.
(Yeong-do Da-ri) Regia: Jeon Soo-il; sceneggiatura: Jeon Soo-il; fotografia: Kim Sung-tai; montaggio: Kim Jung-min; musica: Jung Sung-hwan; interpreti: Park Ha-seon, Kim Jung-tae; produttore: Jeon Soo-il; origine: Corea; durata: 83’.
