Piazza grande - Quelques heures de printemps

Si arricchisce di un altro bellissimo titolo e di un altro grande ruolo la già preziosa filmografia di Vincent Lindon, che negli ultimi anni sembra aver trovato una vena aurifera che, attraverso pellicole come La Moustache di Carrère, Welcome e Tutti i nostri desideri di Lioret, l’ha reso indubbiamente uno degli interpreti piu’ sensibili e affascinanti del cinema francese contemporaneo. Capace di disegnare con la sua fisicità imponente e matura personaggi incredibili, ruvidi e inaspettatamente commoventi.
Per Stéphane Brizé, con cui aveva già lavorato in Mademoiselle Chambon, è Alain, ex camionista quarantottenne, appena uscito di galera dopo aver scontato una condanna per contrabbando, che si trova a vivere con l’anziana madre, la dura e levigata Hélène Vincent, in un distacco silenzioso e carico di rancori taciuti, che esplodono violenti in un attimo per poi ritornare a uno stato di quiete apparente.
Brizé racconta questa routine di gesti quotidiani e casalinghi, il ripetersi di pranzi e cene rituali in cui solo la chiamata a turno della boxerina Calie diventa elemento di comunicazione tra madre e figlio, "mezzo" di intimità o di scontro. Fin quando la minaccia della morte, il male incurabile dell’anziana Hélène, non si insinua nelle loro vite.
Eppure quest’attesa del momento supremo non si traduce in una svolta drammaturgica, ma come in altre opere affini - da Il tempo che resta di Ozon a Je vais bien t’en fais pas di Lioret e anche al suo ultimo, bellissimo, Tutti i nostri desideri - quel che conta è unicamente il pedinamento dei personaggi, l’osservazione delle relazioni che intrattengono fra loro e nello spazio in un dato istante, come nel gioco di sguardi che precede l’incontro, ellittico, fra Lindon ed Emmanuelle Seigner, attratti come magneti in mezzo alla folla e alla colorata confusione del bowling.
E ancora come nei film di Lioret anche in Brizé si ha l’impressione che la problematica sociale, il tema di "denuncia" - qui il suicidio assistito, altrove l’immigrazione - siano non pretestuosi ma quanto meno subordinati ad un’idea di cinema che nel cinema francese si fa sempre piu’ urgente: quella di un ritorno ad un puro flusso emozionale, in cui al di là della storia narrata conti solo l’attimo della ripresa, il filmare un corpo nello spazio e fotografarne l’anima.
Brizé affonda lo sguardo sui volti dei suoi protagonisti e sia Hélène Vincent che l’ormai inenarrabile Lindon gli e ci restituiscono il senso di una vita, senza nemmeno parlare.
Regia: Stéphane Brizé; sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon ; fotografia: Antoine Héberlé; montaggio: Anne Klotz; musica: Nick Cave; interpreti: Vincent Lindon, Hélène Vincent, Emmanuelle Seigner, Olivier Perrier; produzione: TS Productions; origine: Francia, 2011; durata: 108’; webinfo: Sito Ufficiale
