RAIN

Una colonna sonora venata di nostalgia, la protagonista che parla in voce over, il valore fortemente simbolico di alcuni episodi conferiscono inequivocabilmente a Rain il sapore di un film sul tempo perduto. Un canto alla giovinezza irrimediabilmente passata nella sua spietata bellezza e nei suoi lati oscuri. Questo aspetto proustiano si fa più evidente se alla “prospettiva del dopo” si aggiunge il tipo di regia sensoriale messa in atto da Christine Jeffs. La regista non sembra voler provocare l’identificazione emotiva degli spettatori, né tantomeno coinvolgerli intellettualmente. Ambientato sulla splendida costa della Nuova Zelanda dove una famiglia in crisi va a trascorrere un’estate decisiva, Rain è un film che mira a far sentire il calore del sole, la tristezza dolce del crepuscolo, il desiderio serpeggiante in una festa sulla spiaggia, la scoperta turbata e conturbante del proprio sex-appeal, il senso di morte che accompagna la fine di un amore. Da questo punto di vista il film è molto riuscito, come è riuscito nel restituire figure di donna strette tra una femminilità forte e primitiva e una mentalità puritana e castratrice. Nulla di strano nella cinematografia proveniente dai nostri antipodi, basti pensare a film come Creature del cielo di Peter Jackson, Fistful of Flies di Monica Pellizzari, a Holy Smoke di Jane Campion o all’antesignano Pic-nic a Hanging Rock di Peter Weir. Tutti film con immagini forti e sottilmente disturbanti che mettono in scena quella miscela esplosiva di natura selvaggia e cultura anglosassone che rappresenta lo specifico del continente australiano, o almeno del suo cinema. Di questo contrasto profondo è sicuramente un’esemplificazione un po’ pedante il finale tragico della storia. Il fratellino che muore annegato nel momento esatto in cui la sorella sperimenta le gioie del sesso con l’amante della madre - neanche fossimo in un film horror (prima regola non fare sesso) - è davvero un finale moralistico di cui non si sentiva la mancanza, tanto più che il resto del film ci aveva fatto capire in tanti altri modi che crescere vuol dire uccidere la parte più pura di sé.
[luglio 2003]
Regia: Christine Jeffs. Sceneggiatura: Christine Jeffs da un romanzo di Kirsty Gunn. Fotografia: John Toon. Montaggio: Paul Maxwell. Musica: Neil Finn, Edmunde McWilliams. Scenografia: Kirsty Clayton. Interpreti: Alicia Fulford-Wierzbicki, Sarah Peirse, Marton Csokas, Alistaire Browning; produzione: Philippa Campbell, Rose Road. Origine: Nuova Zelanda 2001.
