Romafictionfest 2008 - Ballet Shoes

Avevamo notato la regista di Ballet Shoes, Sandra Goldbacher, per un piccolo film del 2001 (uscito in sordina in Italia due anni dopo), Me without you, storia di un’amicizia esclusiva tra due giovani ragazze inglesi, Holly e Marina, a cavallo tra anni 70 e 80, le prime esperienze sessuali, quelle con le droghe, il college e un rapporto che diventava sempre più di intralcio alla realizzazione dei desideri della più sensibile, Holly, interpretata da una Michelle Williams ancora sconosciuta ai più.
Di giovinezza, amicizia e desideri da realizzare parla anche questo tv movie dello scorso anno, Ballet Shoes, altro ritratto d’epoca di fanciulle in fiore offerto dalla Goldbacher, che con la consueta delicatezza si addentra nelle pieghe dell’animo femminile.
Entra in una casa, quelle delle tre sorelle adottive Fossil, le trovatelle Pauline (Emma Watson, la Hermione di Harry Potter), Petrova (Yasmine Paige) e Posy (Lucy Boynton) per raccontare un triplice romanzo di formazione nell’Inghilterra degli anni ’30. Con una riuscita ambientazione nell’affascinante mondo dello spettacolo, a cavallo tra il teatro e i suoi rigidi programmi carrol-shakespeariani, il cinema con il nascente mito di Hollywood, che piombava come un falco a selezionare i talenti inglesi, e infine il balletto classico, amato dalla più giovane delle sorelle Fossil e che, eletto a titolo dell’opera, convoglia nelle scarpette a punta, il dolore e la fatica necessari per “arrivare” (non serve ricordare la Debbie Allen-Lydia Grant di Saranno famosi, no?)
Ha un sapore quasi dickensiano questo Ballet Shoes, soprattutto nel brillante prologo, che con ironici tratti stilistici da filmato d’epoca, ripercorre la consegna delle tre trovatelle nella grande casa vittoriana alla cagionevole Sylvia; anzi, nelle vene del film scorre ben più di un autore della narrativa d’oltremanica e l’operazione si presenta quindi come una piacevole promenade tra i topoi della cultura e dell’intrattenimento anglosassoni.
Nessun appunto allora. Eppure un dettaglio ci lascia perplessi: Me without you, simile per tematiche e permeato dalla stessa ottica femminile, aveva tutto un altro ritmo, un altro “respiro”, pur essendo confinato nelle strette maglie di un cinema indie, a basso costo e intimista. C’erano tempi e sospensioni che Ballet Shoes, più breve di soli dieci minuti, non ha e probabilmente non può permettersi. Tra scene brevi e aneddotiche, il racconto dipanato con grazia in un’ora e venti, improvvisamente va chiuso, con una serie di passaggi rapidissimi che creano un happy end per ciascun personaggio, risolvendo incredibilmente in pochi fotogrammi ciò che fino ad allora era rimasto in sospeso, favorendo l’empatia dello spettatore con le giovani protagoniste.
La questione allora diventa chiaramente un’altra e investe forse maggiormente chi si trova a scrivere, a tentare – tentare solamente – di analizzare questo tipo prodotto, che non il pubblico, che tuttavia sembra gradire. Occorre probabilmente guardare a questi strani ibridi con occhi nuovi e vergini, dimentichi delle regole della narrazione cinematografica, nonostante ci vengano riproposte le condizioni di quella visione.
È quantomeno bizzarro trovarsi in una sala cinematografica a guardare uno schermo 4:3, quadrato anziché rettangolare, rimpicciolito fino a somigliare a una grande tv; siamo in un cinema eppure stiamo guardando qualcosa che indubbiamente non è cinema. Il problema è trovare il modo di parlarne, rispettando quei caratteri peculiari del medium che saranno prima o poi chiari ma che al momento appaiono ancora nebulosi. È chi scrive a dover trovare nuove formule o sta a chi produce, a chi realizza questi prodotti riuscire a svincolarsi dall’ingombrante eredità cinematografica?
La lunga serialità americana ha già dato prova di una maggiore consapevolezza e padronanza del mezzo, sa racchiudere in una breve durata immagini che si stagliano nette negli occhi e nella mente dello spettatore, sa condensare in pochi, incisivi segni, un intero mondo, come si pensava (ri)vedendo la meravigliosa sigla d’apertura del serial Dexter, inarrivabile gioco di doppi sensi, girato e montato magistralmente. In casi come questi la serialità americana dà prova di un carattere epigrammatico rispetto alla debordante prosa cinematografica.
La sezione tv movie, cui Ballet Shoes appartiene, rispetto a certi prodotti appare invece confinata all’era giurassica; una produzione anche garbata e piacevole, ma irriducibilmente vecchia, stantia. Forse occorrono nuovi occhi. Ma occorre anche, da parte dei realizzatori, un bagno purificatore che elimini i residui del cinema d’intrattenimento per esplorare davvero le nuove potenzialità del mezzo.
