Romafictionfest 2008 - Lupo Mannaro

Da quando Carlo Lucarelli è ormai unanimemente considerato il golden boy della narrativa e della docufiction gialla, la televisione italiana non gli ha più tolto gli occhi di dosso. Ne ha saccheggiato romanzi e racconti, mettendolo a capo dei reparti sceneggiatura per la più corretta trasposizione in fiction delle sue opere. Si è creata in pochi anni una vera Lucarelli-mania che - dai fasti di Blu Notte al fumetto del suo alter ego Cornelio (un simil avatar potremmo dire e chissà che un giorno non sbarchi anche su Second Life e affini...) - non accenna a declinare mentre l’inesauribile vena dell’autore bolognese continua a illuminare gli italiani su tutto ciò che concerne il delitto.
Il giallo è il poema epico della vita contemporanea diceva negli anni 20 il giallista inglese Chesterton. Letteratura disprezzata, considerata di serie b, eppure in grado di aprire squarci illuminanti sulla modernità e l’alienante vita della metropoli. In Italia, non sempre si sono toccati vertici così alti, eppure ogni tanto ecco spuntare qualche personalità in grado di far acquisire al genere una dignità pari a quella della letteratura più alta.
Pensiamo all’immenso valore di Scerbanenco, alla sua Milano nevrotica e malandata, specchio di un paese ormai su una pericolosa china morale; una città di disperazione e corruzione, che non era piatta imitazione delle big cities d’oltreoceano ma un’acuta e preveggente analisi del passaggio dalla dimensione provinciale a quella metropolitana con tutto ciò che presto ne sarebbe conseguito.
Anni e anni dopo è Carlo Lucarelli a far rivivere quella lezione mostrando il lato oscuro di una cittadina come Bologna, a narrare l’estrema solitudine dell’esperienza urbana, in uno scenario da western postmoderno, una frontiera dove lo scontro a distanza è condotto tra personaggi speculari, entrambi allo sbando. Entrambi pronti a uccidere, ai due lati di un’ipotetica linea morale che separa il bene dal male. Serial killer e poliziotti, a combattere in opposte fazioni ma vittime dello stesso dolore, esplicitato in forme diverse.
Lupo mannaro trova il suo incipit in una vestizione di sapore argentiano, che isola una pistola da cui qualcuno sta cancellando i numeri di serie e i dettagli di un corpo femminile che si accinge ad indossare abiti volgari e una parrucca rosa.
Poi via in auto, lungo strade di periferia, con le luci della notte che abbagliano e confondono la visione. Solo a metà film conosceremo il reale significato di questo rituale preparatorio. E’ una trappola organizzata dall’ispettrice Grazia Negro (Maya Sansa) ai danni dell’imprendibile killer, uomo al di sopra della legge, che sembra uscito dalla canzone di Frankie Hi-Nrg, Quelli che ben pensano (“quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv”). Ma potrebbe essere una qualunque serata di una delle vittime del killer, del ’lupo mannaro’ che uccide strangolando e mordendo le tante prostitute che affollano le vie buie lontane dal centro storico.
È la sostanziale identità tra buoni e cattivi, tra vittime e carnefici che lega indissolubilmente tutti i personaggi del racconto. Che siano poliziotti logorati dall’averne viste troppe per poter credere ancora nella vita e nell’amore – i crepuscolari Romeo di Gigio Alberti e la Grazia Negro di Maya Sansa – o rispettabili professionisti malati nell’animo, al di là del criterio morale o amorale che ne ispira le azioni, sono tutti vittime di un dolore universale, umanità colpevole esiliata dal proprio dio in un mondo di sofferenza. Punita forse con una nuova peste, quell’Aids che è il più grande trauma degli anni in cui è ambientato il romanzo, e che aleggia per tutto il film sui protagonisti, immergendo il racconto in un clima cupo che non concede mai momenti di leggerezza, contravvenendo alle comuni leggi della narrazione televisiva, più incline a stemperare la tensione con l’inserimento di momenti più distensivi.
Lupo Mannaro è un film teso, secco come il finale che spezza bruscamente l’azione e pone fine alla storia come un omicida con la propria vittima. Un finale che recide la narrazione senza concessione alcuna allo spettatore. Nonostante siano presenti alcune dissonanze, come, sul piano della messa in scena, quell’uso insistito di slow motion abbinato a una fotografia fuori fuoco che oggi appare assai datata, assimilabile al linguaggio giovanilistico di programmi come l’esecrabile Lucignolo di Italia1, resta abbastanza sorprendente l’atmosfera realmente cupa e dolorosa del film, benchè siano passati diversi anni dalla sua realizzazione. Presto in onda sui canali satellitari di Mediaset e poi sulle reti generaliste, questa ennesima riduzione televisiva dai romanzi di Lucarelli, prodotta niente meno che dalla Fandango - a dimostrazione di un’ambizione che varca i confini dello schermo televisivo - convince benchè meno innovativa dell’irriverente Coliandro dei Manetti e del raffinato Commissario De Luca. Che dire, il ragazzo ci sa fare...
