RomaFictionFest 2009 - L’homme aux cercles bleus

Victor/Mauvais Sort/ Que Fais-Tu Dehors?
Questi versi racchiusi in cerchi disegnati con un gessetto azzurro compaiono a macchia d’olio sui marciapiedi di Parigi. Tutti ne parlano, la stampa segue quotidianamente il succedersi di oggetti posti di volta in volta all’interno del cerchio. Famosi psichiatri si cimentano in complesse interpretazioni: che questo rituale, dove teste di bambolotti vengono equiparate a topi morti, simboleggi la presa di coscienza dinanzi all’ineluttabilità della morte? All’ imperitura trasformazione in oggetti inerti dei corpi privati della linfa vitale?
Il commissario Jean-Baptiste Adamsberg non si cura del perché, ma intuisce che l’affaire andrà ingrandendosi e si mette sulle tracce dell’uomo dei cerchi azzurri.
Primo di una serie di film TV realizzati dalla regista Josée Dayan dai romanzi di Fred Vargas, ultimo grande fenomeno della letteratura poliziesca francese, L’homme aux cercles bleus segna anche il primo incontro della scrittrice con il suo protagonista, il commissario Adamsberg, uomo silenzioso e distratto, dall’aria “silvestre” come gli ripetono i suoi uomini, il comandante Danglard e il tenente Violette Retancourt, membri di una squadra che mostra il volto gentile dell’Anticrimine di Parigi, difficilmente assimilabile al cupo ritratto offertone dai Flics di Olivier Marchal.
Stesso indirizzo, umori opposti. La brutalità fisica, un certo gusto feticista per le armi, la violenza e la sopraffazione dell’altro poliziesco francese presentato in concorso sono estranei al mondo di Adamsberg e della sua squadra, che, iscrivendosi nella tradizione del giallo classico, appaiono assai più inclini alla riflessione e al metodo deduttivo.
Ma se Fred Vargas offre su un piatto d’argento trame curiose e personaggi accattivanti, i realizzatori dimostrano di saper sfruttare appieno le intuizioni felici dell’autrice, adattando perfettamente i ritmi romanzeschi a quelli televisivi.
Il merito è soprattutto di Emmanuel Carrère, scrittore e sceneggiatore di lungo corso, specializzato nella fiction poliziesca dopo aver firmato numerosi adattamenti di Simenon per le serie televisive. E anche autore di un bel film sull’identità, capace di aderire ai canoni del thriller senza rinunciare a interessanti quesiti filosofici, La Moustache (L’amore sospetto in Italia).
Carrère incide e ricuce da esperto chirurgo il corpo del romanzo, adattandolo ai tempi televisivi senza mai tradire l’essenza dei personaggi, dell’intreccio, delle stesse sfumature di scrittura ricercate dall’autrice, fornendo un perfetto assist alla messa in scena della Dayan, cui non resta che finalizzare il lavoro di scrittura e portare a casa la vittoria.
Dare corpo a un grande successo letterario è un’operazione che contempla un doppio rischio: uno in direzione della didascalia, appiattimento dell’immagine sulla parola; l’altro, verso la libertà del tradimento, mal ripagato da schiere di fan inferociti. L’homme aux cercles bleus raggiunge invece un mirabile equilibrio, che ne fa una sorta di gemello del nostro Commissario Montalbano, nella misura in cui anche i film televisivi realizzati da Alberto Sironi, pur rispettando l’opera di Camilleri, riescono allo stesso tempo a ricreare un mondo che funziona in pieno accordo con quanto richiesto dalla scrittura e dalla messa in scena televisive.
Il TV movie francese ha dalla sua anche un cast fuori dal comune che per questo primo episodio mette in campo due glorie cinematografiche come Charlotte Rampling e Jean Pierre Léaud, perfetta incarnazione dei personaggi di Vargas, e al tempo stesso oggetto di variazioni rivelatrici: Mathilde, l’oceanografa del romanzo, si tramuta qui in una fotografa d’arte, che sembra modellata su Sophie Calle e le sue filatures parisiennes, in cui la celebre artista seguiva degli sconosciuti per la strada, ponendo a margine delle loro immagini rubate sue riflessioni personali, nello stesso modo in cui Mathilde/Rampling segue l’uomo dei cerchi nelle sue scorribande notturne.
È forse in questo tratto che si ravvisa più facilmente il filtro della scrittura di Carrère, il suo interesse per l’identità, che percorre come un fil rouge l’intero film: le identità celate, quelle rubate, un filo doppio che lega l’intreccio giallo a un discorso metalinguistico, il quale in fondo finisce per riflettere sul costante furto operato dall’arte - fotografia/scrittura/cinema - sulla vita.
