Santina - TFF 2009 - Concorso

Nel giugno del 1974, per la collana Gli Struzzi di Einaudi, esce in edizione tascabile La Storia, romanzo tra i più importanti e noti di Elsa Morante. Il libro, molto brevemente, racconta il periodo bellico e dell’immediato dopoguerra (1941-1947) filtrato attraverso gli occhi e la vita dei suoi tanti protagonisti. Fu Luigi Comencini a tentare una trasposizione cinematografica (uscì anche una versione televisiva), con protagonista Claudia Cardinale, dal non fortunatissimo esito.
Gioberto Pignatelli, regista al suo primo lungometraggio, inizia a pensare ad una serie di film liberamente tratti da vari capitoli del romanzo nel 2006 (cristomangiaeva il nome del progetto). Santina, presentato in concorso qui a Torino, si inscrive all’interno di questo percorso. Il titolo lo prende da uno dei personaggi presenti nel libro della Morante, una prostituta ormai oltre la mezza età che vive una storia d’amore (per quanto lacerante e violenta) con il suo protettore, Nello d’Angeli, di parecchi anni più giovane di lei, e che per sua mano, in un attacco a metà tra la follia e la rabbia, resterà uccisa.
Le note di Fabrizio de Andrè, che tornano anche nella parte finale, aprono un racconto che non è errato definire poco convenzionale. In un certo modo Pignatelli tenta di non nascondere la natura letteraria di ciò che porta sullo schermo, affidandosi in fase di narrazione non solo ad una lineare e canonica costruzione visiva, ma, piuttosto, sfruttando la stessa fisicità delle pagine del libro, che divengono elementi non più da leggere ma da osservare, così come inserti a metà tra l’animazione e la pura ricerca video. Gli approfondimenti che il regista dedica ad entrambi i suoi personaggi principali, Nello e Santina, dicono tanto su questi due caratteri, cercando al contempo di raccontare una parte di quella storia di cui si compie, perdonate il gioco di parole, La Storia. È un collage di miserie, anche fisiche, quello si offre, e ciò che accade nell’epilogo sembra essere diretta conseguenze di queste miserie. L’intensità degli sguardi, il disfacimento del corpo della non più giovane prostituta così come i deliri del suo protettore, tra sete di denaro e ricordi di una adolescenza che, pur non chiarita, ci si presenta assai difficile, sono forse gli elementi più forti su cui si basa il racconto del regista.
Le aperture, già ricordate prima, a linguaggi liminali il cinema, fatti di contaminazione e di compenetrazione tra teatro, musica e video, contribuiscono a fissare l’attenzione di chi osserva tanto sul dato narrativo quanto su quello puramente visivo.
Inutile nascondere che l’approccio al film non è dei più semplici, che uno sforzo è preteso più che richiesto agli spettatori, ma non è un difetto tentare di proporre qualcosa di differente agli occhi di chi spende ancora soldi per andare al cinema. Probabilmente non tutto è risolto in Santina, tanto che solo in parte si riesce ad entrare dentro il racconto. Alcune sequenze, se colpiscono per la durezza della loro organizzazione interna, sembrano però troppo avulse da una qualche organicità. Ma, forse, non era l’organicità ciò che cercava il regista. In ogni caso Santina è un film che suscita interrogativi, e non è cosa da poco. Trovarlo in concorso è un’altra delle sorprese positive di questa, bella, edizione del Torino Film Festival.
(Santina); Regia, sceneggiatura: Gioberto Pignatelli; soggetto: liberamente ispirato ad un capitolo di La Storia di Elsa Morante; fotografia: Piero Basso; montaggio: Danilo Torre; costumi: Nina Danelon; interpreti: Diego Guerra (Nello D’Angeli), Monica Perozzi (Santina), Matteo Lolli (Davide Segre), Iaia Forte (la madre di Nello); produzione: Marco Federici Solari, Gioberto Pignatelli;origine: Italia, 2009; durata: 78’
