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Sucker punch

Pubblicato il 25 marzo 2011 da Nicola Lazzerotti


Sucker punch

Zack Snyder è probabilmente, oggi, uno dei più talentuosi, visionari e prolifici autori in circolazione a Hollywood. Quattro film di un certo spessore, in cinque anni, e l’attesissimo re-boot di Superman (attualmente in lavorazione), segnano in maniera netta il grande periodo di “forma” artistica e di vena creativa, che il regista americano sta trascorrendo. A segnare fortemente la sua opera è un ben determinato e riconoscibile stile rappresentativo, in cui l’iterazione dell’immagine con gli effetti speciali digitali produce un reazione anti-realista stordente che amplifica significativamente la percezione emotiva. Così vale anche per la sua ultima fatica Sucker Punch:
La piccola Baby Doll uccide accidentalmente la sorella, nel disperato tentativo di salvarla dal dalle violente “attenzioni” de patrigno deciso ad abusare di Lei. Approfittando dello stato di profondo sconforto e dolore in cui è precipitata Baby Doll, il patrigno decide di rinchiudere in un ospedale psichiatrico, assicurandosi che da lì non possa fare più ritorno. Baby Doll si trova catapultata in un incubo senza via d’uscita.

Dopo 300 e Watchmen, Snyder ritorna a lavorare in un film dalla forte impronta grafica, ma se i primi due erano, appunto, figli di grafic-novels di successo sia di pubblico che critica, questo Sucker Punch, essendo un’opera originale scritta dallo stesso Snyder, va inevitabilmente intesa come il suo lavoro più personale e, guardando al risultato, il migliore. A rendere diversa l’opera è innanzi tutto una compattezza stilistico-narrativa che mancava nei lavori precedenti, non è presente infatti uno sconfinamento di un elemento sull’altro ma i due si compensano vicendevolmente, la narrazione sarebbe vana infatti se a sostenerla non venisse un comparto visivo eccellentemente calibrato e una direzione generale della messa in scena perfetta, e tale è la personalità e la passionalità che emerge nel film da far intendere che l’investimento in termini emotivi dell’autore sia stato totale.
E allora emerge chiaro l’intento dello stesso autore di imprimere un radicale punto vista morale sul mondo. Un punto di vista “politico”, un accorato moto insurrezionale di rivolta e di non accettazione delle regole. Raffinata diviene allora la scelta di una ragazza minuta, indifesa, soggiogata dalle regole implacabili del mondo costretta a suo malgrado e ingiustamente alla segregazione prima e ad una morte intellettiva e spirituale poi. Scelta naturalmente non casuale del regista, ella è infatti rappresentativa non solo di una condizione generale della donna, ma per estensione dell’intera umanità. Baby Doll (interpretata magistralmente dalla Browning) è una donna-bambina, questo aspetto acuisce e moltiplica perfettamente tutta quella gamma di sensazioni frustranti per lo spettatore che nel film emergono. Mettere infatti in scena la violenza (mai inquadrata, ma sempre allusa) sulla sua persona crea, dunque, un effetto disturbante molto efficace. Strumentale è allora anche la bellezza delle protagoniste. Bellezza, che nulla ha a che vedere con una dimensione superficiale erotico-voyeuristica, ma che diviene funzionale nella resa del film, per Snyder mettere in scena la mortificazione della bellezza significa mostrare l’orrore e il dramma esistenziale della sopraffazione.

L’allegoria è l’altro elemento fortemente presente nel film, la dimensione immaginifica in cui si cala la protagonista non ha nessun palese senso di fuga della realtà, come in prima analisi potrebbe sembrare, ma anzi ne è una trasfigurazione. Le azioni mirabolanti che Baby Doll e le sue compagne compiono in tale dimensione sono infatti rappresentative della grande impresa che loro stesse compiono nel mondo reale. L’azione nella dimensione fantastica mostra allora la portata e la misura dell’azione nel mondo reale. Trova quindi la giusta collocazione e continuità con il resto della narrazione l’aspetto altamente spettacolare e assolutamente anti-realistico presente nelle fantasie della protagonista. A rendere ancora più efficace il tutto è la sceneggiatura fluida ed immediata, una direzione degli attori attenta e curatissima, sbalorditiva in tal senso la Browning e una colonna sonora indovinata e funzionale (se ancora più ce ne fosse bisogno) alla resa del tutto.
Questo Sucker punch è un film potente e acuto, che non lascia indifferenti, ma anzi costringe ad una riflessione emotiva che va ben oltre la proiezione in sala. E sotto questa luce non deve tradire il finale, lontano dall’esser gratificante o consolatorio, che chiude le ben poche speranze lasciando lo spettatore con un senso di smarrimento e di vuoto, da riempire però con la lotta per la libertà, lotta che può dare senso ad una esistenza.


CAST & CREDITS

(id); Regia: Zack Snyder; sceneggiatura: Zack Snyder, Steve Shibuya; fotografia: Larry Fong; montaggio: William Hoy; musica: Tyler Bates, Marius De Vries; interpreti: Emily Browning (Baby Doll), Abbie Cornish (Sweet Pea), Jena Malone (Rocket), Carla Gugino (Dr. Vera Gorski), Oscar Isaac (Blue Jones), Jon Hamm (High Roller / Doctor) e Scott Glenn (Wise Man); produzione:Legendary Pictures, Cruel & Unusual Films; distribuzione: Warner Bros.Pictures; origine: USA, 2011; durata: 109 min.’


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