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SULMONA 2006 - FRATELLI DI SANGUE

Pubblicato il 11 novembre 2006 da Fabiana Proietti


SULMONA 2006 - FRATELLI DI SANGUE

In un festival con una robusta presenza di documentari non si può proprio dire che il cinema di fiction abbia fatto la parte del leone. Alcune pellicole da cui, almeno sulla carta, ci si poteva aspettare molto, hanno tradito le attese, peccando non tanto per qualità formale - la confezione è anzi ricercata e ammirevole - quanto per l’incapacità di trovare un nuovo sguardo.
E’ il caso, tra gli altri, di Fratelli di sangue di Davide Sordella, studente di Mike Leigh alla London International Film School, ritornato in Italia dopo dodici anni di assenza. Anche il suo film è segnato da assenze e ritorni, segreti rimossi e coscienze logorate. L’impostazione è raffinata, si lavora di sottrazione: il dramma si consuma in unità di tempo, luogo e azione, in una cantina illuminata da luci brune in cui risaltano i dettagli rossi che allertano sulla passionalità della vicenda: il piccolo babbo natale - è nella notte di Natale di dieci anni prima che si consuma l’evento misterioso che pesa sulle vite dei tre fratelli - e l’abito scarlatto di Lella (Barbara Bobulova).
Dall’entrata in scena dei personaggi - i due fratelli, Sergio (Gifuni), il maggiore, pacato, sobrio e Roberto (Rongione), il più piccolo, dolorosa maschera da clown - l’atmosfera da tragedia è palpabile. Poi però, mentre il confronto tra due si inasprisce e il mistero si avvia (faticosamente) verso il disvelamento, la tensione del film crolla, perché si verifica la condizione forse peggiore per qualunque tipo di narrazione: che l’evento“chiave”, così vitale per i personaggi, si dimostri completamente irrilevante per lo spettatore, nemmeno nel senso del mc guffin hitchcockiano, funzionale alla messa in scena di caratteri e situazioni, ma nella misura in cui le loro pene, le loro angosce risultano alla fine risibili e grottesche.
Quando la rivelazione arriva non c’è nessun climax se non una sorpresa beffarda che connota il film come un gioco un po’ morboso e neanche originale.
Scavare nell’inconscio di un individuo, di una nazione - questa la metafora delle telefonate libere di Radio Radicale, bagaglio emotivo del regista alla sua partenza dall’ Italia - non è cosa semplice. Pretendere di farlo con una sceneggiatura criptica ma ripetitiva e un colpo di coda che scivola nel film di genere forse è puntare davvero troppo in alto.

Regia: Davide Sordella; sceneggiatura: Davide Sordella; interpreti: Barbora Bobulova, Fabrizio Gifuni, Fabrizio Rongione; fotografia: Diego Rodriguez scenografia: Davide Sordella; musiche: Davide Sordella; produzione: 011 Films s.c.r.l.; distribuzione: L’Altrofilm; origine: Italia 2005;durata: 85’


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