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SULMONA 2006 - LA RIEDUCAZIONE

Pubblicato il 7 novembre 2006 da Fabiana Proietti


SULMONA 2006 - LA RIEDUCAZIONE

Ha centrato il bersaglio il Collettivo Amanda Flor. Anche prescindendo - ma in fondo è impossibile farlo - dalla “favola” dei quattro ragazzi di Guidonia, approdati con il loro piccolo film autoprodotto al prestigioso Lido di Venezia, bisogna comunque riconoscere che La Rieducazione è un’opera che colpisce nel segno. E questo nonostante i limiti tecnici piuttosto evidenti, a cominciare da un b/n digitale che non fa certo gridare “cinema”, e strutturali, nella meccanicità di fondo alla base dell’evoluzione dei personaggi, che si presentano piuttosto come delle tipologie: dal laureato che non ha mai alzato il naso dai libri, all’amico “arrivato” saccente e moralista, fino al capocantiere, un po’ padre e un po’ padrone.
Tipologie e stereotipi che risultano però veritieri ed efficaci nella costruzione di un romanzo di formazione all’insegna del cinismo che la società contemporanea ci ha consegnato.
Il pregio principale de La Rieducazione sta proprio nell’aver individuato e affrontato - con originalità ma soprattutto con spontaneità e sfrontatezza - un tema e una figura centrali in questi anni: quella del laureato che, a differenza del Graduate di Dustin Hoffmann, non può più nemmeno permettersi di fuggire e rinnegare il Sistema, ma deve piuttosto accontentarsi delle briciole e ringraziare per quelle.

Un tema, quello della precarietà economica, così come quello della svalutazione di una cultura che sa di superfluo quando non porti guadagno, che il nostro cinema ha provato mille volte a raccontare. Con l’ausilio di sceneggiatori di fama, di attori di grido, realizzando però opere senz’anima, banali ritratti generazionali dal sapore insipido e presto dimenticabili. Ci si dovrà chiedere allora come mai un film “sgangherato”, girato con mezzi quasi di fortuna e con attori non professionisti - spesso giusti e adeguati alla parte, altre volte un po’ “forzati” e meno convincenti - risulti infine l’unico ad aver colto esattamente un disagio che ci appartiene e con cui ci si deve confrontare quotidianamente.
La parabola di Marco, bravo ragazzo dallo scarso senso pratico, costretto dal padre a imparare una lezione di vita “sporcandosi le mani” con il duro lavoro del cantiere, inizialmente sottomesso, poi ribelle allo sfruttamento da parte del capo e infine “colletto bianco” smaliziato e non più idealista, è una tesi che i quattro registi sostengono con una certa rigidità ma difficilmente contestabile. Il loro mondo, il nostro mondo, è pieno di squali - come dice il principale Denis (Denis Malagnino, regista e interprete del film), un mondo che ricorda sempre più i ghetti del primo Spike Lee, dove dog eat dog, il ritorno a uno stato di natura dove il più debole inevitabilmente soccombe.
Un cinismo “di ritorno”, nato dalle tante delusioni, che non lascia molte speranze eccetto forse la favola vissuta dal film stesso, ancora in attesa di distribuzione, ma presentato in due Festival di sicuro rilievo. Benché grezzo e discontinuo, La Rieducazione possiede quella passione, quella simpatia, nell’accezione vera del termine, che lo renderanno un piccolo cult, se non in sala, almeno nei cineclub.

Regia: Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino, Daniele Guerrini; sceneggiatura: Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Daniele Guerrini; interpreti: Marco Donatucci, Denis Malagnino, Pablo Sallusti, Gianluca Tiberi, Daniele Malagnino, Massimo de Sanctis, Massimo Pasquali, Daniele Guerrini, Gennaro Romano, Vincenzo Di Nota, Alessandra Alfonsi, Don Romano, Alessandro Fusto, Elisabetta Bugatti; fotografia: Alessandro Fusto; montaggio: Alessandro Fusto, Denis Malagnino; produzione: Amanda Flor; origine: Italia 2006; durata: 96’


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