Tir

Già la sua presenza in concorso al Festival di Roma, e poi addirittura il sorprendente premio assegnatogli come miglior film, indicano una fin troppo evidente linea di continuità con l’altro inaspettato grande premio recente al cinema italiano: il Leone d’oro a Sacro GRA nella Venezia bertolucciana di qualche mese fa. Tir non può dirsi documentario in senso stretto, perché conta su un bel protagonista biondone (Branko Zavrsan) che è attore a tutti gli effetti. Ma è cinema di confine, e quindi, nella forma e nella sostanza, è quel cinema del presente che va incontro con passione al cosiddetto "cinema del reale": la grande onda dal basso che tanta riflessione sta portando nel vecchio e un poco stanco cinema della finzione: Che tanta (e speriamo fertile) crisi gli sta procurando. Tir sarebbe ufficialmente doc se non fosse per la citata chioma, che tra l’altro imposta il personaggio nascondendo la recitazione al punto che qualche distratto (neanche troppo) potrebbe credere che stia facendo se stesso. Non è tanto per la sua bravura, che comunque c’è, ma per l’impostazione che Alberto Fasulo, il regista, ha dato a tutto il suo lavoro. Sentite qua: ha chiesto ad un attore di imparare il mestiere di camionista, dopo aver fatto 5 anni di ricerca sull’argomento. Poi, una volta finito lo studio, per ben 6 mesi, telecamera in spalla e un paio di fonici al seguito, in grande leggerezza, si è messo alle calcagna del suo attore (ormai persino patentato) e ha raccontato una storia che è soprattutto documento di un mestiere e di un mondo. Tir racconta la vicenda di un insegnante che per soldi ha cambiato mestiere e si è messo a bordo di un "bestione". A proposito, chi non ricorda il film di Sergio Corbucci? Altri tempi, altro film, altra idea di cinema. Va bè, per il gusto di citare. Tir è tutt’altro, è gesti ripetuti e infiniti rettilinei autostradali. E’ insieme di leggi e insieme di non luoghi, è una storia silenziosa che ne somma tante altre, è un viso e due mani sul volante dietro le quali scorre piccola l’Europa incorniciata nel finestrino. Verde, palazzi e cieli dai mille colori, sullo sfondo di un uomo eternamente alla guida, che da qualche parte del vecchio continente ha una moglie ed un figlio, ed ogni tanto li sente al telefono. Scelte, imposizioni della modernità, costrizioni della dura vita, ma qualcosa anche di Ulisse, in questa solitudine forse forse anche un po’ voluta, in questo corpo da atleta che si lava nudo di notte in mezzo a un campo nel buio. Storie di uomini e camion, per dirla con il titolo di un programma radiofonico notturno della Rai. Storie di un presente che il cinema della commistione, della ricerca espressiva coglie, prende, afferra, adopera, per far sopravvivere se stesso. Sta qui, nella tensione linguistica, nella sorprendente idea, il maggior interesse dell’esordio di Fasulo, già documentarista qualche anno fa con l’interessante Rumore bianco.
Regia: Alberto Fasulo; Interpreti: Branko Zavrsan, Lucka Pockja, Marijan Šestak; Produzione: NADIA TREVISAN E ALBERTO FASULO PER NEFERTITI FILM, IN COPRODUZIONE CON IRENA MARKOVIC PER FOCUS MEDIA, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA Distribuzione: TUCKER FILM; origine: Italia, Croazia, 2013
