Tre tocchi

Uno spogliatoio, una squadra di calcio composta da attori che esprimono la loro personalità sul campo, divenuto il loro unico rifugio di vita o che si confrontano a suon di battute taglienti sotto l’acqua bollente nelle docce dopo la partita.
Una squadra di attori esiste veramente, grazie ad un’idea di “stukas”, il nomignolo sportivo di Pier Paolo Pasolini, che è stato un grande estimatore del football, nonché valente ala destra, e che ha dichiarato: "i pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara...sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso". E considerava il calcio, misticamente, come: ’’l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo anche se evasione...”
Non a caso i protagonisti di Tre tocchi , l’ultima opera di Risi (in uscita nelle sale italiane il prossimo 13 novembre) fanno parte di una “Nazionale Attori”, rappresentando così l’oggetto d’indagine di un film abbastanza originale , che scava nella psicologia di creature vulnerabili quanto combattive attraverso un uso analitico dell’immagine filmica.
Ci si domanda come mai si sia scelto proprio un mondo professionale che il regista confessa di non aver mai amato molto, nonostante un necessario e inscindibile legame con il cinematografo: la risposta potrebbe essere contenuta in uno specchio che riflette le sue idee, ma con un’immagine sfocata, debole, dovuta ad una decadenza del lavoro attoriale, simbolo di un mondo ormai scomparso, quello del grande cinema italiano.
Risi sembra non prendere una posizione nel descrivere sei storie di persone ossessionate dalla voglia di emergere e farsi notare per il loro "talento" che poi forse non conta più abbastanza in un mondo dove tutto è già ingabbiato in sistemi chiusi e poco chiari. Nonostante la delicatezza e l’interessa della tematica affrontata, Tre tocchi tuttavia sembra perdere il suo senso a causa di una sceneggiatura piuttosto dispersiva, in cui si descrivono le vite di vari attori giovani e meno giovani, tra cui spiccano Gilles, fortunato nel mestiere grazie a ricche fiction tv, ma di indole abbastanza superficiale, e Fabrizio valido attore di teatro, che insicuro del futuro si fa mantenere da una vecchia gloria del palcoscenico.
Il deficit stilistico del film non impedisce comunque a Risi di esprimere in modo poetico, come accennato, la scomparsa di un mondo in cui la magia rappresenta un elemento indispensabile per poter affrontare una professione che non garantisce una riuscita certa. Allora la domanda sembra nascere spontanea: cosa spinge gli attori a resistere all’instabilità del loro lavoro, costringendoli a fare i più disparati lavori per poter sopravvivere? Sembra essere questo il mistero da cui è affascinato Risi, il quale concentra molto del racconto filmico sulle doppie, strampalate vite di uomini persi nei meandri dell’arte scenica.
La stretta commistione fra stima e disappunto affiora continuamente nel sottotesto dei dialoghi e, seppur non palesato in modo chiaro, in una riflessione molto personale sull’attore e il suo ruolo – perciò il film si conclude con un provino in cui il testo già citato molteplici volte dai tanti protagonisti, commenta da sé l’importanza dell’ imprevedibilità come componente imprescindibile della vita dell’artista del palcoscenico..
(Tre tocchi); Regia: Marco Risi; sceneggiatura: Marco Risi, Francesco Frangipane, Riccardo Di Torrebruna; fotografia:Andrea Busiri, Vici D’Arcevia; montaggio: Valentina Girodo; musica: Jonis Bascir; interpreti: Emiliano Ragno, Massimiliano Benvenuto, Antonio Folletto, Vincenzo de Michele, Leandro Amato, Gilles Rocca, Marco Giallini, Luca Argentero, Francesca Inaudi, Claudio Santamaria, Matteo Branciamore, Jonis Bascir, Paolo Sorrentino, Maurizio Mattioli, Gianfranco Gallo, Valentina Lodovini; produzione: Marco Risi, Andrea Iervolino per Ambi Pictures, Tre Tocchi; origine: Italia, 2014; durata: 100’.
