Triage

Il quarto Festival Internazionale del Film di Roma ha aperto i battenti con l’ultimo film del regista bosniaco Danis Tanovic, Triage. Quello di Tanovic è sicuramente un nome importante per un festival internazionale, peccato però che Triage non sembri essere altrettanto importante e forse degno.
Mark Walsh (Colin Farrell) è un fotoreporter di guerra. Nel 1988 segue in Curdistan il conflitto contro l’Iraq, assistendo a fatti terribili. In seguito ad un incidente, a cui sopravvive per miracolo, decide di fare ritorno in Irlanda dove ad attenderlo c’è la moglie Elena (Paz Vega). La donna si rende subito conto che suo marito è profondamente cambiato e che, oltre alle ferite fisiche riportate, sta soffrendo per qualcosa di oscuro e inespresso che lo divora.
Il regista di L’enfer torna a parlare di guerra dopo quasi dieci anni dall’Oscar di No Man’s Land, e oggi come allora la guerra diventa ancora un fatto privato, un elemento vissuto sulla pelle di chi la combatte o la prova in prima persona. Il fotografo è un testimone degli eventi, da questi si tiene lontano e distaccato. Significativa è la scena in cui il protagonista, nell’ospedale da campo, mentre compie il proprio lavoro, cioè riprendere il dramma della morte, al disperato che chiede aiuto frammette la macchina fotografica come scudo. Non più quindi solo filtro metaforico tra la realtà degli eventi e la loro immagine speculare, ma difesa reale e fisica dal dolore.
Ma Mark Walsh da testimone diventerà presto attore degli eventi che lo circondano e travolgono, portando a deflagrare, così, la sua esistenza e la sua anima. Un dramma questo che diventa quindi privato nell’espressione della violenza e della sofferenza.
Ma se la prima parte del film, quella della guerra, risulta convincente nella sua rappresentazione realistica e veritiera, questo non avviene per la seconda, troppo semplificata e didascalica. Come se l’immagine del dolore personale passi sempre attraverso la sua messa in scena, e la risoluzione di questo dolore passi sempre attraverso un atto radicale e un’apertura catartica al mondo. La recitazione sopra le righe e l’utilizzo di immagini fotografiche dal tono eccessivamente retorico, metafora del senso di colpa del protagonista, trasformano infatti il dramma in una lunga attesa verso la rivelazione degli eventi che, in fin dei conti, poco regala all’efficacia della pellicola. A salvare la situazione la grande interpretazione dell’immenso Christopher Lee che, grazie anche ad un personaggio tagliato su misura, riesce ad abbassare i toni e a normalizzare la narrazione. Ne esce fuori un film imperfetto, troppo intento alla ricerca di una chiusura efficace che dia sostanza all’opera, ma che, al contrario, si mostra traditrice di questo obiettivo e in grado solo di svilirne l’esito.
Tanovic si rivela un regista capacissimo nel raccontare quello che meglio conosce, il dramma della guerra, ma incerto e forse troppo poco determinato nella descrizione degli effetti delle sofferenze nell’animo umano, trincerandosi dietro facili stilemi e semplici metafore, che conducono lo spettatore a chiarimenti non necessari.
(id.); Regia: Danis Tanovic; sceneggiatura: Danis Tanovic dal romanzo omonimo di Scott Anderson; fotografia: Seamus Deasy; montaggio: Francesca Calvelli, Gareth Young; musica: Lucio Godoy; interpreti: Colin Farrell (Mark Walsh), Paz Vega (Elena Morales), Christopher Lee (Joaquín Morales), Branko Djuric (Dr. Talzani); produzione: Parallel Film Productions, Asap Films; distribuzione: 01 Distribution; origine: Francia, Irlanda e Spagna, 2009; durata: 96’
