Tribeca Film Festival 2011 - Intervista con Claudio Cupellini

Ci troviamo a New York, presso il Cadillac Tribeca Press Lounge. Claudio Cupellini ci ha raggiunto per parlarci dell`avventura che il suo film Una vita tranquilla, unico film italiano presente alla Kermesse della Grande Mela, sta per intraprendere al Tribeca Film Festival nella sezione Spotlight.
Claudio, sappiamo che il tuo film è nato molto prima di Lezioni di cioccolato e che il soggetto scritto da Filippo Gravino aveva vinto il Premio Solina. Cosa ha richiesto un processo di stesura così lungo?
Beh, come prima cosa, senza alcun dubbio c`era il bisogno di adattare la storia a me. Con Guido Iaculano abbiamo lavorato molto in tal senso. Abbiamo quasi riscritto il soggetto facendolo diventare un vero e proprio noir, rimanendo ovviamente fedeli alla storia di cui mi ero innamorato fin da subito. Dopodiché abbiamo tirato giù un trattamento e una scaletta molto accurati che ci hanno dato la possibilità di non stilare troppe stesure della sceneggiatura. Anzi ad essere onesto la sceneggiatura così come la si vede nel film è praticamente la seconda stesura che abbiamo fatto, dopo di essa infatti abbiamo lavorato solo di pulizia. Ma il lavoro ci ha impegnato per quasi due anni, dal 2006 al 2008. Detto ciò, ovviamente va anche detto che all`epoca nessuna produzione mi avrebbe dato credito per portare sullo schermo un film così diverso e quindi, quando mi è stata presentata l`opportunità di fare Lezioni di cioccolato l`ho colta al volo, anche se quel film è molto distante dal cinema che mi rappresenta e che voglio fare, è stato il mio lascia passare per fare il film che avevo in mente da tempo e quindi ecco spiegato il motivo di una così lunga gestazione.
Scegliendo un attore del calibro di Toni Servillo, sei andato quasi sul sicuro da un punto di vista della qualità, ma allo stesso tempo hai corso il rischio di cadere nello stereotipo. Mafia/Camorra = Servillo. Ricordiamo che Servillo è stato protagonista di film come Gomorra, Gorbaciov e Le conseguenze dell`amore dove tra l`altro, così come nel tuo film, interpretava un italiano all`estero. Come sei riuscito ad evitare questo rischio, segno che denota una certa maturità registica, e quali sono state le tue richieste riguardo a questo personaggio così contorto e complicato?
Il tutto è venuto fuori in maniera abbastanza naturale, anche perchè il mio non è un film di Mafia e/o sulla Camorra, bensì una storia tra un padre e un figlio con tinte noir. Io ero molto e sono molto legato a questo argomento ed è questo l`aspetto sul quale mi sono focalizzato di più e che ha reso il film diverso dagli altri. Non era il fatto che Toni recitasse in tedesco, come in molti hanno scritto. Certo lui è bravissimo e potrebbe recitare in qualunque lingua, ma io non cercavo la perfezione, cercavo la visceralità e una crescita costante, che poi è quasi una regressione, dall`emigrato italiano, proprietario di un albergo/ristorante, pacato in tedeso e in italiano, che man mano che torna ad essere Antonio, impreca e urla in dialetto stretto. Volevo le viscere e Toni me le ha date.
Una delle cose che colpiscono di più nel film è che non si empatizza fino in fondo per nessuno. C`è uno sguardo abbastanza lucido che sembra volerci dire che spesso, se si nasce e cresce in certi ambienti è impossibile avere un destino diverso da quello del delinquente.
Credo che alla fine invece una certa empatia lo spettatore riesca a trovarla, soprattutto soffermandosi sulla relazione tra Rosario e Diego. Rosario è scappato cercando di ricrearsi una vita nuova ma senza aver mai fatto veramente conto con il suo passato e dovendo comunque rinunciare a molto. Diego da parte sua cerca di rivedere e ritrovare un padre che non ha mai veramente avuto, anche se amore e odio lo contrastano. Ma il motivo principale, anche se tenta di negarlo a se stesso, è sicuramente la voglia di rivedere suo padre. Quello che è certo è che nel film non c’è nessuna apologia del buon camorrista né si cerca di creare empatia nello spettatore in quel senso. Abbiamo creato personaggi molto contraddittori, così come poi in fondo siamo anche noi nella vita di tutti i giorni e mostrare, ad esempio, un killer ottuso che si innamora di una ragazza tedesca e che le scrive addirittura una lettera d`amore.
Nel modo di ritrarre il rapporto padre figlio, ci è venuto in mente il film Il ritorno di Andrei Zvyagintsev, anche se poi il finale è l`esatto contrario del tuo.
Il ritorno è un film che non ricordo benissimo in tutti i suoi sviluppi, ma che ricordo come una pellicola con delle immagini molto potenti dal quale non abbiamo tratto nessuna ispirazione ma con il quale c`è sicuramente una piacevole parentela. Molto più che con il film di Cronenberg A History of Violence che in molti mi hanno chiesto se avesse ispirato in qualche modo il mio film. Tra l`altro l`idea di Una vita tranquilla risale a diversi anni prima rispetto al film del regista canadese. Ripeto, a me stava molto a cuore il rapporto padre/figlio e in questo il mio e il film russo sono sicuramente vicini.
Tolti i nomi piu illustri del nostro cinema, come Moretti e Sorrentino, i festival internazionali importanti sembrano un po` snobare i nostri film. Per quale motivo secondo te?
Secondo me è un po` un falso mito che si ripete da anni che il nostro cinema è in crisi. Io vedo tanti film italiani molto belli che purtroppo però sono piccolini e non vengono supportati a sufficienza. Sicuramente bisogna riuscire anche a raccontare storie con un respiro un po` più internazionale e meno ombelicali come spesso avviene. Il cinema italiano va difeso in primis dagli italiani stessi, così come fanno i francesi o i tedeschi con la propria cinematografia. Invece a noi piace distruggerci, sembra sempre esserci un sottile piacere nel denigrare un film italiano, esaltando film esteri che magari poi non sono nulla di che. Il coraggio tra i cineasti non manca, soprattutto i giovani. Solo che è difficile farsi notare. Bisognerebbe incentivare e premiare le opere prime e seconde, solo così possiamo farci conoscere all`estero.
Cosa significa per te essere l`unico rappresentante italiano al Tribeca Film Festival, kermesse che in appena dieci anni è riuscita a diventare una vetrina essenziale per il cinema indipendente di tutto il mondo? che cosa rappresenta per te questa opportunità?
Non vorrei scadere nel banale dicendo che per me è un grande onore, anche se a dire la verità non sono emozionato. Forse perchè ancora non mi rendo conto. Quando scrivi un film non pensi mai ai premi, ai festival ecc. Pensi a tutto passo dopo passo: "Vediamo se riesco a fare un film. Vediamo se lo prendono a questo festival. Vediamo se uscirà nelle sale. Vediamo se piace alla gente." Questo è un Festival eccezionale, come non ce ne sono al mondo. Sembra tutto "low profile" e allo stesso tempo organizzato benissimo fino all`ultimo dettaglio. Conferenze stampa, incontri, possibilità di mettere in contatto produttori, distributori, filmaker e stampa, tutto mantenendo sempre i piedi per terra. Senza mai dare l’impressione di essere un festival fatto per star inaccessibili ecc ecc. Senza contare ciò che il Tribeca ha fatto per New York e per i suoi giovani, dopo l’undici settembre, creando molti posti di lavoro e rivitalizzando una zona che rischiava quasi di scomparire.
Un festival così in Italia manca per quale motivo? Assenza di coraggio?
In Italia ci sono molti festival, ma non uno come il Tribeca. Io onestamente organizzerei un bel festival internazionale riservato solo a opere prime e seconde da tutto il mondo. Un festival in cui vincere l`opportunità di realizzare un secondo o un terzo film. Anche i fondi statali, io li darei alle opere prime e seconde in primis. Dico questo andando anche anche a mio svantaggio, se vogliamo, visto che ho già fatto sia opera prima che seconda, ma solo così possiamo rinnovare il cinema, immettere forze fresche e tutelare anche chi è un po` più anziano. Bisogna cercare di invertire la tendenza che noto in alcuni miei colleghi più anziani che si mettono su un piedistallo e guardano alle nuove leve quasi come a una minaccia. Noi registi più giovani non dobbiamo correre il rischio di fare altrettanto un domani e darci sostegno gli uni con gli altri.
