Tutti i nostri desideri

A due anni di distanza dal bellissimo e toccante Welcome, che incantò la platea del Festival di Torino prima e quella del resto del mondo poi, Philippe Lioret torna con Toutes nos envies e ci regala un altro dramma lucido e commovente.
La sceneggiatura, la fotografia, l’interpretazione degli attori, nulla sembra costruito a tavolino ma sapientemente inquadrato dalla macchina da presa quasi fosse un documentario intimista. Non c’è spazio per retorica o lacrime facili come sarebbe potuto banalmente accadere in un lungometraggio che indaga nella vita di una donna, giovane magistrato in carriera, che scopre di essere affetta da un incurabile tumore al cervello (il film si apre proprio con la scena in cui Claire/Marie Gillain viene messa a conoscienza dal proprio medico del terribile responso dato dalle analisi a cui si era sottoposta), bensì viene dato spazio alla forza e all’amore con cui Claire, cerca di sistemare tutte le questioni in sospeso, prima dell’inevitabile epilogo a cui è tristemente condannata.
Così come Welcome ci mostrava con estrema lucidità l’universo di un uomo (Vincent Lindon) tutto d’un pezzo e con convinzioni e certezze ben salde, incontrarsi e scontrasi con quello di un giovane immigrato clandestino, portandolo inevitabilmente a riconsiderare tutte le sue posizioni senza pietismo e/o buonismo spicciolo, così Toutes nos envies sposta l’attenzione dalla malattia della donna verso le azioni che essa decide di compiere per far sì che nulla rimanga nelle mani del fato. La macchina da presa si concentra sulla forza d’animo della donna e la voglia di non farsi abbattere o deviare dal percorso che si era prefissata. Una scelta coraggiosa che, se da una parte rimane fedele a ciò che era stata la vita della donna fino a quel momento, dall’altra mette in luce tutte le sue inevitabili mancanze come moglie e come madre, che la spingono a decidere di trovare lei una soluzione nonostante la vita sembri non averle lasciato voce in capitolo al riguardo. Tutto visto attraverso lo sguardo della donna stessa e da quello di Stephane (sempre il bravissimo Vincent Lindon), giudice che aiuterà il giovane magistrato a perorare la causa di una povera donna disoccupata, Céline, mamma di due bambine che frequentano la stessa scuola dei figli di Claire, indebitata fino al collo con gli istituti di credito per riuscire a mantenere la sua famiglia. Durante il loro lavoro spalla a spalla, tra i due nascerà una profonda amicizia e complicità che porterà l’uomo ad aiutare la donna nella folle decisione di non rinchiudersi in un ospedale e di non far scoprire nulla alla propria famiglia fino all’ultimo. Amicizia velata d’amore che il regista francese in maniera intelligente ed elegante non svela. Un film bello, poetico e che parla di piccoli universi in maniera universale. Universi che fanno inconsapevolmente parte del nostro quotidiano e che ci regalano la speranza di non essere solo racconti di pura fantasia.
(id.); Regia e sceneggiatura: Philippe Lioret; fotografia: Gilles henry; montaggio: Andrea Sedlackova; musica: Flemming Nordkrog; interpreti: Marie Gillain, Vincent Lindon, Pascale Arbillot, Isabelle Renauld; origine: Francia, 2011; durata: 120’
