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Un fantastico via vai raccontato da Leonardo Pieraccioni

Pubblicato il 10 dicembre 2013 da Edoardo Zaccagnini


Un fantastico via vai raccontato da Leonardo Pieraccioni

Era la prima volta di Leonardo Pieraccioni con Rai Cinema, e se è vero quel che dice Paolo Del Brocco, l’esperienza "è stata bellissima, intensa e nemmeno tanto breve". Tutti soddisfatti, quindi, Leonardone in testa, pronto al Natale che verrà (teme Lo hobbit più di tutti) col suo film che uscirà con circa 500 copie. Ma qualche chance ce l’ha pure il simpatico toscano, in mezzo al traffico cinematografico delle feste, perché Un fantastico via vai, dedicato a Francesco Nardi (un vecchio amico che non c’è più) aggiunge al solito garbo dell’artista - e a quella gradevole atmosfera da favola moderna dei suoi film - una storia che non si smarrisce col procedere, come è accaduto qualche volta a Pieraccioni, purtroppo, nel corso della sua comunque formidabile carriera. Un fantastico via vai è piuttosto divertente e in qualche momento, come lo stesso Pieraccioni ha teso a sottolineare, può addirittura emozionare.

C’è una scena, quella in cui i genitori della ragazza incinta vengono a trovarla dalla Sicilia, beh, ragazzi, io lì guardo la gente e non più lo schermo, e vi dico che lì la gente si commuove.

La vera novità del film sta nella scrittura. Per la prima volta l’instancabile talento fiorentino si avvale della penna di Paolo Genovese, incontrato dopo che già in testa gli era sorta un’idea:

Il film nasce prima di tutto da tanti incontri fatti nelle università, dove ogni volta mi diverto moltissimo. Ho incontrato tanti ragazzi nel corso del tempo, e penso che solo a vent’anni si ha quel qualcosa di speciale negli occhi. Tra i venti e i venticinque si vive uno tsunami di emozioni. Io ricordo quegli anni fantastici in compagnia di Carlo Conti e Giorgio Panariello: vivevamo emozioni fortissime, quelle che poi ti rimangono addosso come tatuaggi indelebili. Mi accorgevo, però, che i ragazzi delle università venivano a chiedermi gli autografi e a farmi firmare le foto dandomi del "lei". Porca miseria! mi son detto a un certo punto. In quei casi è bene sempre ricordarsi che anche se dentro ti senti un sedicenne, beh, fuori non lo sei più.

A un certo punto ecco che il cerchio si chiude:

Poi il caso ha voluto che incontrassi Paolo Genovese, che mi ha raccontato la voglia di fare un film sulla storia di un uomo che viene cacciato di casa e va a vivere con alcuni studenti.

Ecco fatto, tutto si incastra, e da qui inizia a prendere forma Un fantastico via vai, che si snocciola con una struttura da commedia piuttosto solida, nella quale le molte gag si inseriscono in uno sviluppo narrativo costante che arriva all’apice di una relativa tensione per poi sciogliersi in un coro finale di rilassamento e dolcezza: tutti insieme a fare festa, ognuno con la propria bella lezione di vita in tasca.

"Il metodo di Paolo è quello di imbrigliare subito la Storia. Noi, invece, almeno fino ad oggi, forse per via del nostro essere toscani, si incominciava a scrivere e poi si andavano a riacchiappare i personaggi. Paolo, invece, ha detto subito che dovevamo cercare di capire dove sarebbero andati a picchiare il capo, altrimenti si sarebbero potuti fare male e noi con loro. Diciamo che diversamente da come ho sempre lavorato in passato, qui c’è stata una scrittura più rigorosa. In precedenza c’è sempre stato come un grande carnevale, che per carità ha dato tanti frutti, anche molto gustosi e gioiosi. Poi c’è da dire che stando io sempre di più a Firenze, e meno a Roma, si lavorava anche con delle mail notturne che sia io che Paolo poi elaboravamo. E’ un modo di lavorare molto carino, perché hai la possibilità di stupirti, un po’ come quando hai lasciato il montatore andare avanti e vedi qualche minuto di film come se fossi uno spettatore qualunque. Oggi con l’Avid hai questa stupenda possibilità. Questo metodo, applicato in qualche modo anche alla sceneggiatura, mi è piaciuto molto.

Ma chi è Pieraccioni nel film? E’ un bancario di mezza età con due figlie gemelle di una decina d’anni ed una moglie deliziosa (Serena Autieri) che però ha qualcosa da rimproverare al marito: lo vede spento, incapace ormai di partecipare emotivamente alle cose, stanco, annoiato dalla vita. Litigano, e lui coglie l’occasione per riflettere. Se ne va di casa per un po’ di tempo, e finisce per dividere l’appartamento con quattro studenti fuori sede.

Del mio personaggio mi piace che gli si riaccendano gli occhi. E’ un privilegiato. E’ come una grande macchina che torna indietro nel tempo.

Nel film c’è una citazione de I laureati, esordio alla regia di Leonardo Pieraccioni, del 1995. E’ una citazione nostalgica del passato, è un omaggio alla gioventù ormai lontana dello Stesso Pieraccioni, il quale così ha spiegato l’importanza di quella sequenza:

"In quella corsa di circa un minuto e mezzo c’è il riassunto di tutto il film. Ne I Laureati avevo trent’anni e si scappava a pié veloce, adesso la milza si fa sentire e mi faccio riprendere dal cameriere. Per altro, lo dico, sono anche cascato sul set ed ho fatto una figura tremenda. Ho fatto finta di averlo fatto apposta ma in realtà non è così. Quando si è giovani, fare il vento, scappare senza aver pagato il conto, è una "zingarata", una gogliardata. In Un fantastico via vai si fa una figuraccia. A cinquant’anni non puoi scappare da una trattoria perché fai anche tristezza.

Accanto al solito Leonardo, sempre smagliante e con addosso una buona manciata di ottime battute, si muovono tanti altri personaggi, a cominciare dalla strana coppia formata dai suoi due colleghi di lavoro, entrambi romani ed interpretati da Marco Marzocca e Maurizio Battista.

Sono bravissimi, una coppia destinata a fare altre cose insieme. Sono due personaggi che condividono qualcosa con il protagonista: sono persone professionalmente risolte, ma in fondo anche loro annoiate. E infatti non vedono l’ora, appena gli capita l’occasione, con la scusa di andare a cercare il collega svanito nel nulla, di entrare in una bizzarra avventura. Non si fanno sfuggire l’occasione, la colgono al volo.

Un altro personaggio è quello interpretato da Giorgio Panariello, un imprenditore razzista la cui figlia si innamora di un ragazzo mulatto con forte accento perugino.

Sul razzismo dico che ormai non è più nemmeno grave. Direi che è becero, è infimo. Per questo ho voluto ridicolizzarlo giocando con questo signorotto di Arezzo che si scandalizza per uno con la pelle leggermente più scura della sua, che poi è di Perugia. In generale dico che sono un regista fortunato, perché lavoro coi comici, i quali sanno sempre usare un doppio registro. Ovviamente sono magistrali come comici, almeno quelli bravi, ma posseggono anche i toni del dramma, cosa che invece gli attori drammatici non hanno. Ho letto un’intervista di Woody Allen in cui dice che il comico può fare il drammatico e non viceversa. Il comico ha sulla sua tavolozza tutti i colori, il drammatico no. Dico questo per arrivare al personaggio di Panariello. Quando a Giorgio ho proposto questo ruolo, all’inizio (ed io lo sapevo) non lo voleva fare. Mi ha chiamato alle nove e mezza di sera, cosa che non fa mai. Quando ho visto la chiamata ho detto tra me e me: "Ecco Panariello coi dubbi sul personaggio". E infatti così era. Allora gli ho detto incontriamoci, anzi lo ho proprio minacciato. Gli ho detto "lo devi far te, sicché mettiti l’anima in pace! Vai a letto e dormici su, perché lo devi far te. E’ chiaro che il comico vuol sempre fare il comico. Invece, non vi dico la mia felicità di averlo avuto in quel ruolo, perché è stato bravissimo. Ad esempio, pensiamo alla sequenza in cui gli spiego che non bisogna essere così stupidi da pensare che il colore della pelle sia determinante per la vita sociale delle persone. Lì lui mi guarda con una faccia da grande attore.

Nel film ci sono molti dialetti diversi...

Mi è sempre piaciuto non fare un film toscano per i toscani. Era un pericolo che già era capitato a qualche mio collega in precedenza. Allora ecco Papaleo o Gian Marco Tognazzi ne I laureati, oppure Tosca D’Aquino ne Il ciclone. Sono tutti dialetti che mi fanno morir dal ridere, personalmente. I due romani di questo film li ho scelti perché nelle filiali delle banche non ci trovi mai gli indigeni del posto ma sempre di qualche altra provenienza. E poi ricordiamoci che stiamo a fare un film e non la scienza esatta delle comunicazioni. Non c’è tanto Nord, nel film, purtroppo, e un po’ mi dispiace. In generale i dialetti italiani sono stupendi per la comicità.

I camei di Iachetti e Benvenuti...

Iachetti è stato carino, perché ci sono le opere di Marco Lodola che a me piacciono molto: le sculture luminose. Lodola l’ho conosciuto su twitter, mi ha detto che per lui sarebbe stato bellissimo se io avessi potuto mettere una sua scultura luminosa in un mio film. A un certo punto mi chiama Iachetti e mi dice: "Se tu vuoi vedere l’opera di Lodola in un tuo film te la porto io e mi fai fare un piccolo ruolo, così, per divertirmi. Porca miseria, gli dico, c’è una particina proprio precisa per te. A volte la fortuna.. Chi meglio di Iachetti per fare un prete che dice parolacce? E lui si è divertito molto.

Su Benvenuti?

Benvenuti beh, io ho iniziato con Benvenuti. Lo considero un maestro, e mi piacerebbe tanto farci un film insieme. Ci penso spesso. Io mi ci vedo parecchio bene insieme a lui. Mi ha anche raccontato che mi aveva chiamato per fare un suo film tanti anni fa, Caino e Caino, del ’93, che poi ha fatto Montesano, perchè Cecchi Gori gli disse "Ma chi è questo bischero che tu vuoi chiamare?" E Benvenuti gli rispose: "E’ un ragazzo di Firenze!" Ma cecchi Gori chiuse tutto: "Ma mi sembra troppo giovane!" E non se ne fece nulla, ma poi con Benvenuti si fece insieme Zitti e Mosca,

Altra protagonista del film è la città di Arezzo..

Città meravigliosa anche perché è tutta fatta di saliscendi, e così le inquadrature non sono mai banali. Da questo punto di vista è meglio Arezzo di New York, tutte le inquadrature sono sempre bellissime. Come ha detto anche Fazio sabato sera, sono inquadrature metafisiche.


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