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Valérie - diario di una ninfomane

Pubblicato il 1 maggio 2009 da Carmelo Caramagno


Valérie - diario di una ninfomane

Georges Bataille sosteneva che ogni vera esperienza è in fondo un viaggio ai confini del possibile dell’uomo. Ciò implica una trasgressione di quello che viene “normalmente” accettato, di tutte le regole e i divieti imposti dalle autorità sociali. Ma la piena realizzazione si attua solo in alcune situazioni-limite, che non necessitano di essere giustificate perché trovano il loro riconoscimento direttamente dall’interno, ovvero in sé stesse. Una di queste è di certo l’esperienza erotica, indagata nel caso del film Valérie - diario di una ninfomane di Christian Molina attraverso l’oggettivazione del desiderio femminile. Tema che sembra ancora spaventare, scandalizzare per la carica provocatoria che il corpo nudo di una donna, libero di agire sullo schermo, è in grado di suscitare. Un corpo e un’anima, quelli di Valérie, capaci di comunicare soltanto attraverso l’estasi dei sensi. La sua è la ricerca del piacere estremo, che si fonda sul collezionare uomini diversi senza sosta. Ma questo modo di vivere il sesso nasconde in realtà una parte di sé molto fragile, che gli impedisce di interagire con gli altri in modo sano e naturale. Quello che pensa e quello che vorrebbe dire la bella e affascinante spagnola lo scrive nel suo diario, nelle intime pagine bianche sfiorate appena dall’inchiostro che vediamo materializzarsi sin dal primo fotogramma del film. Qui ci sono le sue avventure fugaci, gli incontri che l’hanno soddisfatta e quelli che l’hanno lasciata indifferente. Il tutto è raccontato nei minimi dettagli, e così anche sul piano visivo, senza lasciare nulla all’immaginazione. Si inizia con la sua perdita della verginità, all’età di quindici anni, che le procura solo fastidio, seguita subito da un secondo amplesso con lo stesso ragazzo in cui Valérie prova per la prima volta il vero piacere. E quella fatidica “seconda volta” lascia un segno indelebile dentro di lei, al punto che vorrà replicarla sempre e dovunque con uomini di tutte le nazionalità e ceto sociale, fino a ridursi a fare la prostituta in un bordello frequentato da facoltosi uomini d’affari. Forse quello che manca e che non conosce davvero Valérie è il sentimento amoroso, l’amore quello con la A maiuscola, anche perché quando prova ad innamorarsi in modo sincero rimane incatenata ad un rapporto che la rende solo infelice. La sua strada allora resta quella della ninfomania, “una cosa inventata dagli uomini perché le donne si sentano colpevoli se non sono come le altre”, stando alle parole della nonna sui generis interpretata da Geraldin Chaplin. L’anziana attrice, che qui non è al meglio delle sue capacità anche a causa della breve apparizione, pur essendo l’unica figura materna per Val - insieme all’inseparabile amica del cuore - non ha la forza di capire che quella della nipote è una ninfomania vissuta in una forma malata, che rischia di provocarle continuamente del male nel tentativo di punirsi per le proprie piccanti fantasie, e che la risucchia in un pericoloso vortice emozionale dal quale non riuscirà a tirarsi fuori del tutto neanche alla fine.
Più che un inno alla libertà femminile, il film di Christian Molina – qui al suo secondo lungometraggio dopo aver diretto quattro anni fa Rojo Sangre, un horror selezionato in alcuni festival ma che non ha mai visto la luce in Italia – si riduce alla esplicitazione di uno stereotipo nonché di un vecchio assunto della società patriarcale: l’uomo conquistatore e la donna puttana. Un binomio sostenuto dalle tesi della sedicente sessuologa, autrice del libro autobiografico da cui la pellicola è tratta, Valérie Tasso, che in preda a un vero e proprio delirio narcisistico ha sentito l’urgenza di raccontare a tutti la sua storia, non lesinando sui dettagli morbosi e i retroscena delle sue performance sessuali. Lo scandalo è annunciato oltre che voluto prima ancora dell’uscita del libro, che ha ovviamente riscosso un successo planetario (tradotto in 15 lingue), e prima ancora dell’uscita del film: è stato già sostituito infatti il manifesto originario della pellicola, in cui la mano della protagonista si infila maliziosamente dentro degli slip di pizzo nero, con uno che oscura interamente il frame “peccaminoso”. Ad essere sinceri, ricordiamo locandine certamente più bollenti. Questa assomiglia molto a quella del film 9 Songs di Michael Winterbottom (che è di certo più esplicita) e forse anche un po’ a quella di American Beauty (se solo la mano non scendesse così giù). Ma al di là di questi aspetti, il fatto di prendere carta e penna e parlare della propria esperienza di vita non legittima la superficialità “morale” con cui vengono risolte alcune scene del film, dove il personaggio femminile viene messo in trappola dai maschi “cattivi” e detentori del potere non solo economico ma anche sessuale, capaci solo di giudicare e di seviziare. Per non parlare del tono di certi dialoghi, in cui ad un certo punto viene fatto un accostamento a dir poco azzardato tra il matrimonio e la prostituzione. Se già il libro era pretenzioso, la rappresentazione schermica lo è ancor di più avvalendosi, tra l’altro, di una sceneggiatura lacunosa e in alcuni momenti persino banale, con un ritmo che riflette stilemi già visti altrove, nei film di Bigas Luna o di Tinto Brass o peggio ancora in teen-hard-movie come Melissa P., tanto per non fare nomi. La regia si limita insomma alla ripresa di una serie di amplessi mal recitati, che potrebbero giusto stuzzicare l’appetito di qualche dodicenne brufoloso non ancora avvezzo alle scene hard, quelle serie. Non ci vuole molto infatti a far sì che lo spettatore si trasformi in una sorta di voyeur sadico che partecipa alacremente alle avventure disinibite della trentenne protagonista.
A differenza dei proclami, manca quindi un’analisi approfondita della ninfomania o del suo equivalente maschile, che sarebbe la satiriasi. In questo diario prima scritto e poi visivo non sono tanti gli aspetti degni di nota, ma tra i pochi, oltre alla evidente bellezza della protagonista Belén Fabra, apprezzabile nello sforzo di sottoporsi per un’ora e mezza a grevi scene di nudo, c’è senza dubbio il cammeo di Angela Molina, ex oscuro oggetto del desiderio buñeliano, qui nei panni di Antonia, la perfida tenutaria della casa d’appuntamenti. Notevole anche la canzone che accompagna i titoli di testa e quelli di coda, Se deja llevar di Antonio Orozco, in apparenza “ruffiana” ma talmente impregnata di calore sensuale che arriva quasi a farci sudare e il suo ascolto vale da solo il prezzo del biglietto. La matassa finale rimane comunque difficile da sbrigliare perché troppo ricca di nodi, con il rischio di aver dato delle risposte “presuntuose” e frettolose a quesiti importanti come la ricerca di sé stessi o dell’identità femminina, che forse meritavano un approccio diverso e un grado di riflessione più acuto.


CAST & CREDITS

(Diario de una ninfomane); Regia: Christian Molina; sceneggiatura: Cuca Canals; fotografia: Javier G. Salmones; montaggio: Luis de la Madrid; interpreti: Belén Fabra, Geraldine Chaplin, Llum Barrera, Leonardo Sbaraglia, Angela Molina; produzione: Canonigo Film, Filmax; distribuzione: Mediafilm; origine: Spagna, 2008; durata: 93’.


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