Venezia 67 - Attenberg - Concorso

Solitudine e alienazione, alienazione e solitudine. Da qualsiasi latitudine del mondo, in qualsiasi lingua, con qualsiasi colore della pelle, dei capelli, degli occhi, il male silenzioso del nostro tempo sembra esser sempre e comunque lo stesso. Il male di chi non sa realmente comunicare, di chi si trincera dietro impauriti silenzi, di chi si chiude in se stesso come un riccio spaventato, pronto a pungere anche chi gli porge una mano. Siano amici, fratelli, compagni, amanti, parenti, padri, figli, qualsiasi rapporto umano appare impossibile, schiacciato dal peso opprimente dei propri incubi. Neanche davanti al dolore della malattia, di una cura inefficace, di una morte imminente, si aprono le labbra e il cuore dei protagonisti di Attenberg, pellicola di Athina Rachel Tsangari. Gli sguardi restano infatti distanti, distaccati occhi freddi che studiano i propri simili come una nuova specie solitaria. La città industriale appare, a questi occhi, un habitat naturale per queste nuove creature in grado di comunicare solo attraverso suoni e gesti primitivi. Come nei documentari sui mammiferi di Sir David Attenborough, che appaiono e riappaiono negli schermi televisivi delle tristi case dei protagonisti, così Martina studia la vita intorno a se. Corpi e comportamenti a lei distanti, estranei, incomprensibili. Gli animali, proprio quelli studiati dal documentarista inglese, invece le sembrano familiari, così semplici ed elementari nel loro modo comunicare. Così, lei e la sua unica amica Bella, camminano avanti e indietro, lungo le desolate strade della città, imitando le movenze di gazzelle e gnu, orsi e aironi. Gesti e movimenti che si ripetono ciclicamente, suoni e stridii che riecheggiano nella desolante giungla umana di Attenberg, come un grido che rompe il silenzio di queste solitudini. Anche con il padre, gravemente malato, l’unica scambio possibile, l’unico contatto che Martina riesce ad avere è pura e semplice animalità. Quella di bestie feroci, che si annusano e ringhiano, che si guardano, sfiorano, toccano e graffiano. Uomini regressi a meno di animali, costretti a scimmiottare un linguaggio che non conoscono. Finanche i corpi nudi di amanti, perdono il loro valore, il loro significato, la loro profondità, ormai scevri di qualsiasi sentimento ed emozione. L’unico afflato di umanità si riduce infatti a piccole timidezze e, ancora una volta, paure. Nessun altro sentimento è possibile. Non amore, non passione, nessun fuoco, impeto, ardore. Solo la paura, quella forse più innata e devastante, di non essere accettati, di non essere normali, di non riuscire a far parte di quella bizzarra specie a cui apparentemente tanto si assomiglia. E allora anche un semplice bacio può diventare un desiderio irrealizzabile, una scoperta che non si è in grado di fare, un’esperienza negata. Nulla di nuovo dunque sotto il cielo di questa pellicola greca, solo quella fastidiosa, vecchia sensazione di vuoto e solitudine che da ogni angolo del globo pare metterci in guardia sulla realtà invivibile che ci stiamo costruendo. La sopravvivenza, in fondo, come per ogni specie animale, è un qualcosa che nessuno ci ha assicurato.
(Attenberg); Regia e sceneggiatura: Athina Rachel Tsangari; fotografia: Thimios Bakatatakis; montaggio: Sandrine Cheyrol, Matthew Johnson; interpreti: Ariane Labed, Giorgos Lanthimos, Vangelis Mourikisn, Evangelia Randou; origine: Grecia; durata: 95’
