Venezia 67 - Tajabone - Controcampo italiano

Se la trama di Tajabone di Salvatore Mereu può apparire un po’ naif, bisogna tener conto che gli sceneggiatori sono dei ragazzini delle scuole medie di Sant’Elia e San Michele, i due quartieri più disagiati di Cagliari in cui si vive solo di pesca e spaccio.
Come già l’opera d’ esordio di Mereu, Ballo a tre passi, il film si suddivide in episodi paralleli, ma in questo caso tra loro comunicanti. Allo spaccato sulla vita di alcuni adolescenti di Sant’Elia si sommano le storie dei loro compagni di scuola stranieri: Abdullah, senegalese, e Munira e Brandon, ragazzini Rom che vivono nei campi nomadi vicino Pirri, altro quartiere cagliaritano.
Premiato con il UK-Italy Creative Industries Award –Best Innovative Budget (cioè per l’opera a basso budget più creativa) il film si distingue in primo luogo per l’affresco che compie di una Cagliari sommersa: dagli orrori architettonici di un quartiere – Sant’Elia – che potrebbe essere bellissimo (è proprio sul mare) alle baraccopoli in cui vivono i Rom della Sardegna, queste ultime assimilabili allo squallore in cui sono relegati i Rom di tutta Europa. Altro punto di forza dell’opera è la capacità del regista di lavorare con i suoi attori “non professionisti”, probabilmente protagonisti anche nella vita di storie simili a quelle narrate dal film.
Il lavoro di Mereu esplora temi quotidiani – come il formarsi delle prime relazioni alle scuole medie – ma anche i problemi cui vanno incontro gli immigrati, a Cagliari come nel resto d’Italia. Se infatti gli amori preadolescenziali dei ragazzi cagliaritani fanno sorridere per la loro universale ingenuità, si nota ancor più l’attrito con le situazioni vissute dai due ragazzini Rom, ostacolati dalle proprie famiglie e che possono trovarsi - per una banale storiella d’amore - a fare i conti con la polizia.
Se non si può però imputare a dei giovani delle scuole medie di non aver scritto una sceneggiatura “da Oscar”, è anche vero che il film ha una dimensione da novella morale che alle volte risulta vagamente stucchevole. Si sarebbe forse potuto lavorare un po’ di più sulle suggestioni iniziali fornite dai ragazzi, per poi trasfigurarle in una storia che non lasci la sensazione di aver in parte ricevuto una lezioncina politically correct sull’integrazione e sulle difficoltà del proletariato e degli immigrati.
E’ inutile tacciare questo film così particolare di buonismo latente, ma dato che il paragone si è sentito spesso, bisogna pur sempre ricordare che Zavattini era ben altra cosa.
(Tajabone) Regia: Salvatore Mereu; Sceneggiatura: Laura Bigini, Rossana Patricelli e gli allievi Andrea Ahmetovic, Abdullah Seye, Angelica Argiolas, Sara Portoghese, Erica Spissu, Gianluca Migoni; fotografia: Massimo Foletti; musica: Saly Diarra; interpreti: Abdullah Seye, Munira Ahmetovic, Brendon Hailovic, Angelica Argiolas, Tamara Contu, Nicola Tedde, Oscar Vincis, Sara Portoghese, Noemi Tuveri, Riccardo Cirina, Saly Diarra; produzione: Viacolvento; origine: Italia; durata: 67‘.
