Tanna

Tanna (Bentley Dean e Martin Butler) è un film mancato. Commuove, coinvolge, apre gli occhi su mondi lontani irraggiungibili e misteriosi ma lo fa come se raccontasse un fotoromanzo, come se il National Geographic avesse commissionato una favoletta per rendere le immagini più espressive.
Romeo e Giulietta in versione aborigena australiana. I registi, documentaristi alla prima esperienza con quel che viene incautamente definito cinema di finzione, hanno raccontato una storia con l’uso di indigeni veri come attori. L’operazione funziona, sono verosimili, intensi, belli da vedere. Come i paesaggi, incredibili: foresta lussureggiante, mare celeste, vulcano attivo. Ma si sente la scrittura, il peso di una scrittura facile e con una tesi a priori da dimostrare. Il cartello all’inizio dice: tratto da una storia vera.
La trama è lineare: in una società del Pacifico meridionale due giovani della stessa comunità si innamorano senza il consenso degli anziani, vista la consuetudine, mai contravvenuta, di mischiare le tribù per mantenere una situazione di pace, saldare le differenze, ammorbidire le tensioni rivali e stabilire un accordo di pace.
In un film del genere l’espediente narrativo dei funghi usato secondo la lezione di Cechov - se si vede una pistola poi sparerà - risulta prevedibile e imbarazzante. Riesce comica invece la scena in cui i due ragazzi vestiti di foglie che, scioccati dai riti cristiani effettuati in litanie scomposte (in vero molto somiglianti a riti pagani) da neri colonizzati, vestiti da capo a piedi, preferiscono non adattarsi alla nuova comunità che di buon grado li accoglierebbe e provare a trovare un posto da soli nella foresta. Scecspirianamente il dramma non può avere un lieto fine.
L’uso della musica è totalmente inappropriato O meglio ridondante, classico, enfatico. Sottolinea i momenti che, senza, sarebbero intensi e forti. Diviene dunque superflua, esagerata, onnipresente.
Il capo della tribù nemica, a tragedia compiuta, dice di aver ricevuto la canzone dallo Spirito Madre. La canta ed è la stessa usata nella primissima scena quando la piccola Selin spazza il cerchio dalle foglie secche. "Abbiamo resistito ai coloni, ai cristiani, al richiamo dei soldi. Fermiamo la violenza, accettiamo il matrimonio d’amore".
Un cartello alla fine del film, prima dei titoli di coda, sottolinea che dopo una serie di suicidi nel 1987 effettivamente la tribù Strada Kowsar interruppe l’usanza dei matrimoni combinati.
(Tanna); Regia: Bentley Dean e Martin Butler; sceneggiatura: Bentley Dean, Martin Butler, John Collee in collaborazione con la popolazione di Yakel; fotografia: Bentley Dean; montaggio: Tania Michel Nehme; musica: Antony Partos; interpreti: Mungau Dain (Dain), Marie Wawa (Wawa), Marceline Rofit (Selin), Chief Charlie Kahla (Chief Charlie), Albi Nangia (Sciamano), Lingai Kowia (padre), Dadwa Mungau (nonna), Linette Yowayin (madre), Kapan Cook (Kapan Cook), Chief Mikum Tainakou (Imedin Chief); produzione: Martin Butler, Bentley Dean, Carolyn Johnson (Contact Films); origine: Australia, Vanuatu 2015; durata: 104’
