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Il palazzo del Viceré

Pubblicato il 12 ottobre 2017 da Fabiana Sargentini
VOTO:


Il palazzo del Viceré

Il palazzo del Viceré è un polpettone storico pregevole con tanto di appassionata storia d’amore contrastata, attuale quanto un legame sentimentale oggi tra un israeliano e una palestinese o un musulmano e una cristiana. La regista Gurinder Chadha è indiana naturalizzata inglese, ma sua nonna fa parte delle migliaia di persone che hanno trovato la morte durante il delicato passaggio tra musulmani che avevano scelto il Pakistan come la loro fetta di india, quella a loro dovuta, e vi si recavano, e indiani hindi che dalle zone divenute pakistane emigravano verso l’India rimasta (alcune zone del Punjab e altre regioni del nord). Era il 1947. La decisione da parte degli inglesi di rendere la nazione indipendente era stata presa: dalla Gran Bretagna viene mandato un viceré, Lord Mountbatten, per rendere la transazione politicamente possibile, senza traumi, nell’arco di sei mesi. Con lui la moglie, Lady Mountbatten e la figlia, entrambe molto sensibilizzate al benessere della gente bisognosa e che prendono subito parte attiva nell’educazione e la cura dei bambini. Ma il film è tutto improntato sulla decisione politica di questa divisione, affidata all’imparzialità di un solo uomo inglese (che in parte né diviene il capo espiatorio). Gandhi, interpellato, dice la sua, consigliando di mettere a capo di una India unificata il più agguerrito, Jinnah, il capo muslim, e lasciare andare le cose. Rimane inascoltato. Nehru, politico indù, è contro la divisione ma fortemente favorevole all’indipendenza per la quale ha lottato da anni finendo in carcere per anni. Il musulmano Jinnah invece scalpita per un luogo esclusivo a gli adoratori di Allah, atto a chiamare patria. Come contraltare la storia di due personaggi a servizio nel palazzo, Aania, una bella musulmana con padre cieco e Jeet, un servitore indù, che ha conosciuto e aiutato il vecchio, imprigionato per religione, dove lui faceva la guardia, ed innamorato della ragazza da allora. La regista, che ha ragioni personali e autobiografiche forte nella storia, scegli di usare un mix di generi per trattare la materia storica scottante: dramma storico e dramma sentimentale. È appassionante, per lo spettatore, scoprire le strategie politiche messe in atto dagli inglesi rispetto alla formazione di due Stati di differenti religioni. Lord Mountbatten viene, in parte, usato come pedina: apparentemente ha potere politico e decide, mentre invece, dall’alto, compare un documento di ben due anni prima, 1945, composto da Winston Churchill, con i confini precisamente delineati tra paesi musulmani e indù. Mountbatten lo scopre solo sul finale, troppo tardi per opporsi. La metodologia con cui avviene la trasformazione comporta un numero elevato di vittime durante la migrazione delle popolazioni: attacchi di ribelli indipendentisti alle vie di comunicazione, treni, ferrovie, le strade principali, producono milioni di morti innocenti. Gillian Anderson (Lady Mountbatten), magrissima ed elegantissima, da una bella prova recitativa, disegnando una donna compassionevole, attiva, totalmente a conoscenza delle dinamiche politiche, assai smaliziata nel dire la sua, anche non interpellata, forte del suo ruolo di lady del viceré. Lord Mountbatten (interpretato da Hugh Bonneville, volto noto agli amanti delle serie televisive, come Lord Grantham, nobile padrone della villa di Downtown Abbey) ha le perfette sembianze per essere in parte: piuttosto buffo con indosso l’uniforme britannica, raccoglie in sé l’inadeguatezza di riti che stanno per terminare, ovunque, non solo negli Stati colonizzati. I due personaggi indiani, il Romeo e la Giulietta della faccenda, sono sopra le righe come bene si richiede al cinema bollywoodiano compensati dalla morigerata recitazione del padre cieco (Om Puri), volto noto del cinema anglofono. Magnificenti le scenografie: la viceroy’shouse che dona il titolo alla pellicola, è straordinaria con la maestosità tipica delle architetture mogul: giardini, florilegi, architravi, archi guglie, corridoi infiniti, saloni da ricevimento, tutto in piena regola sfarzosa dei tempi della nobiltà locale, succeduta poi dalla nobiltà governante britannica, dopo la colonizzazione. Costumi ricercati, soprattutto quelli delle donne occidentali, ma anche dei personaggi minori. Un drammone avvincente (con parziale happy ending) con qualità informative sulla storia dell’India che la maggior parte della popolazione occidentale non conosce. Una chicca il personaggio di Gandhi, inarrivabile dopo la versione indimenticabile di Ben Kingsley, nell’omonimo film di Richard Attenborough (1982), ha una postura e una modestia di efficacia rara. Non è caricaturale, il fatto che sia sdentato davanti connota la scelta assoluta della povertà: la scena in cui offre il suo estremamente minimo pasto dalla gamella ai due reggenti britannici, e la loro necessaria e forzata accettazione assume connotati felicemente comici.
Si gusta con piacere, non indigeribile e ostico come un piatto piccante di cucina indiana, un biryani di pollo al curry, il film, piuttosto, scende giù delicatamente come un mango lassi (bevanda a base di yogurt liquido): dissetante e corroborante allo stesso tempo.


CAST & CREDITS

(Viceroy’s house); Regia: Gurinder Chadha; sceneggiatura: Gurinder Chadha, Paul Mayeda Berges, Moira Buffini; fotografia: Ben Smithard; montaggio: Victoria Boydell, Valerio Bonelli; musica: A. R. Rahman; interpreti: Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi, Om Puri, Michael Gambon, Simon Callow, Lily Travers; produzione: Deepak Nayar, Gurinder Chadha, Paul Mayeda Berges; origine: India, Gran Bretagna, 2016; durata: 106’


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