Villalobos - Venezia 66 - Orizzonti

Abbiamo visto Villalobos in una sala del Festival poco popolata, in prima fila, e non ho avuto il coraggio di voltarmi per vedere se qualcuno faceva come me, se qualcuno batteva il piedino a ritmo.
Una discoteca di Berlino, una camera piazzata a destra del dj un po’ spostata verso il basso, ci mostra per qualche minuto una folla di discepoli adoranti, più o meno in movimento. Sacralità di chi dispensa suoni, testimonianza di misticismo acido. Vediamo anche qualcuno che fa delle riprese, anche lui armato di apparecchiatura video; lui però si muove, e molto. Chissà cosa ne è di quelle immagini. Il regista Romuald Karmakar invece è impassibile. Osserva senza muoversi. Gli occhi rapiti, le gambe sorde. A ciascuno il suo mestiere.
Karmakar con il suo doc. ci fa incontrare Ricardo Villalobos, cileno di quasi quarant’anni residente in Germania e considerato uno dei più grandi dj al mondo. Una struttura semplice, pulita, fatta di alternanza fra performance e interviste. Agli avventori della discoteca, alle spiegazioni dettagliatissime che quest’ultimo ci fa sul funzionamento di sintetizzatori e amplificatori, con in mezzo qualche serata con gli amici Moritz e Ritchie si alternano un po’ di discussione sulle nuove generazioni, sul sesso, sulle alterazioni di coscienza. Il rigore del regista tedesco trova un po’ di souplesse nella disinvoltura di Villalobos. Sempre e comunque «cool».
E invece no. Lo stile di Karmakar, quasi tecnico, lo ritroviamo l’indomani, nello studio di Villalobos, quando il dj ci spiega come rivisita il Bolero di Ravel o il percorso che il suono fa nelle sue casse. Il film di Karmakar è un ritratto d’Artista, di Artista al lavoro: la dimensione di studio, di laboratorio abita il film ed è proprio dando importanza a questo aspetto che questo lavoro si scosta dall’apprezzamento superficiale e dichiara lo statuto d’artista del suo protagonista. Vedere Villalobos come uno che mixa bene, che ti fa divertire, è il maggior torto che si possa fare al film. Quindi hurrà per chi porta alla Biennale di Venezia, almeno sullo schermo, la precisione, il metodo e la passione che guidano uno dei geni della musica elettronica contemporanea. Un’asserzione importante quella di Karmakar, un precedente prezioso.
Per finire qualche parola sull’amore. Discreta e nascosta una romanza s’aggira per il film: in una sequenza che ritorna più volte, ci sono una ragazza e un ragazzo che «cercano» il nostro eroe, l’una con movenze seduttive, l’altro attraverso complicità musicale. Non sentiamo una parola di quello che si dicono, ne vediamo solo i sorrisi e le attese speranzose di attenzioni, incapaci di allontanarsi da lui, sembrano incuranti del tempo, restano lì, ballano poco, troppo presi dal Desiderio di Lui. Lui ricambia con musica, probabilmente troppo poco per loro. Dio, perché mi hai abbandonato?
(RDP)
(Id); Regia: Romuald Karmakar; produzione: Pantera film; origine: Germania, 2009; durata: 110’; webinfo: Sito ufficiale
