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ZUCKER

Pubblicato il 1 dicembre 2005 da Edoardo Zaccagnini


ZUCKER

Zucker è una commedia molto poco ortodossa che descrive, con squisita audacia, due tipi di culture nella Berlino del XXI secolo. Si potrebbe definirla una commedia ebraica tedesca ambientata in un contesto contemporaneo e quotidiano, ma si correrebbe il rischio di nascondere la bellezza universale di un affresco di gruppo, grottesco, che rientra in quella categoria di sfaceli familiari capaci di dar vita a grandi commedie. Questo racconto corale ha il pregio di far ridere tanto e intelligentemente, di raccontare la cultura ebraica con un’ironia degna del miglior Woody Allen (e Lubitsch) e di infrangere una sorta di tabù per il cinema tedesco: quello di descrivere i costumi degli ebrei di Germania al di fuori dell’olocausto, di una descrizione puramente storica e di qualsiasi aspetto didattico. Il film rafforza la centralità dei protagonisti con ottimi personaggi secondari e una numerosa serie di aneddoti e di dettagli quasi perfetti. L’umorismo nasce dall’efficacia dei dialoghi, dalla simpatica fragilità dei personaggi, da una tenera e accattivante inadeguatezza che trascina lo spettatore dentro i caratteri e i movimenti della vicenda. Jaeckie Zucker (Jakob Zuckerman all’anagrafe) è un giocatore nato e come tale prende la vita. Ha imparato l’arte di arrangiarsi da quando sua madre, costruito il muro, fuggì ad ovest col primogenito Samuel, lasciando l’altro figlio a cavarsela da solo. Per quaranta anni le due parti della famiglia hanno vissuto, senza alcun contatto, in due mondi paralleli e lontanissimi. Jakob è diventato un giornalista sportivo con la fama del rubacuori ma il crollo del muro gli ha lasciato soltanto l’abilità nel gioco del biliardo e in quello d’azzardo, nonché un ruolo di marito e genitore organizzati nel peggiore dei modi. “Sarò anche nella merda” si dice consolandosi, “ma il panorama è bellissimo”. L’eredità della madre è la sua ultima speranza e l’inizio dello spassoso intreccio della pellicola. Secondo quanto stipulato nel testamento della donna, prima di entrare in possesso dell’eredità, Jaeckie dovrà riconciliarsi con il fratello Samuel, ebreo ortodosso e uomo apparentemente serioso pieno di scrupoli. Jackie sarà costretto ad ospitarlo con tutta la famiglia, dando corpo ad uno scontro inevitabile tra modi di intendere la vita. Il regista Dany Levi tocca uno dei temi centrali dell’umorismo ebraico: quello della famiglia, e lo fa contrapponendo due parti dello stesso ramo dentro una Berlino diversa moderna e neutrale che diventa il silenzioso palcoscenico di un buffo e delizioso scontro tra civiltà. C’ è un po’ di Good Bye Lenin in questo film, un pizzico di commedia etnica stile East is east o Il mio grosso grasso matrimonio greco, e soprattutto tanta lucida originalità e fantasia. La scelta di far appartenere i due poli del film entrambi alla Germania è molto realistica e il recupero dell’ opposizione tra l’est degli sconfitti e l’ovest dei ricchi si aggancia a temi sociali ed economici attuali, rendendo ancora più gustoso un materiale già appetibile. Il regista garantisce che tutti gli ebrei ortodossi che hanno visto il film ne sono rimasti entusiasti, ma di questo nessuno aveva dubitato.

Novembre 2005

Regia: Dani Levy, Sceneggiatura: Dani Levy, Holger Franke, Fotografia: Charly F. Koschnick, Montaggio Elena Bromund BFS, Musica Niki Reiser Produzione: Manuela Stehr, Distribuzione: Ladyfilm Origine: Germania 2005.

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