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Al Mosafer (The traveller) - Venezia 66 - Concorso

Pubblicato il 10 settembre 2009 da Nicola Lazzerotti


Al Mosafer (The traveller) - Venezia 66 - Concorso

Ci sono film che una volta terminati lasciano nello spettatore un sentimento strano e scostante, che si trasforma in semplici ed inevitabili domande: perché? Quale è il senso di questo lavoro? O ancora, dove vuole andare a parare l’autore? E’ il caso di Al Mosafer (The traveller) di Ahmed Maher, presentato in concorso a Venezia 66.

Tre singoli giorni della vita di Hassan (Khaled Nabawy, da giovane e Omar Sharif, vecchio). Tre giorni in cui trova la donna della sua vita, sua figlia e suo nipote. Ed è in questi momenti unici che Hassan imprime alla sua vita e a quella dei sui cari una direttrice e un andamento che segneranno le loro esistenze.

Ahmed Maher vuole compiere un’operazione ardita con questo film, concentrare la storia di una vita in tre attimi della stessa, selezionare tre spaccati esistenziali e tralasciare il resto, come se questo non fosse rilevante o necessario. Il problema di film di questo genere è che, perché possano funzionare, la messa in scena e soprattutto la narrazione dovrebbero essere passionali e lo spettatore dovrebbe rimanere incantato da questi momenti unici (un esempio ottimamente riuscito, per fare un esempio, è la prima parte di Harry ti presento Sally). Questo però non avviene in Al Mosafer (The traveller), dove il punto debole rimane proprio la scrittura. Nei tre episodi, del quale solo il primo si può dire riuscito dal punto di vista della sceneggiatura, molto di quel che lo spettatore apprende non proviene dalla narrazione delle storie, ma dalle parole che riportano i personaggi. Nel secondo episodio si capisce che Hassan ha avuto dei figli solo perché questa notizia gli viene raccontata, e cosa simile avviene per il terzo. Non è presente un passaggio che potremmo definire appassionante, ma tutto si perde in una fugace battuta che regala molto poco allo scorrere del film.
La storia rappresentata risulta nel suo complesso inconcludente. Non si trova, infatti, nel suo svolgimento un senso che ratifichi il perché questa avvenga. Il protagonista si insinua nelle vite di altre persone (primo episodio) o ne viene tirato dentro (gli altri due episodi), ed esercita su di esse un peso specifico che le muterà immancabilmente. Assume il ruolo di compagno, di padre e di nonno per un maledetto istante, che comprometterà le esistenze della compagna, della figlia e del nipote per sempre. Egli accetta questi suoi ruoli, perché sono ruoli sociali delineati e danno ad una vita vuota e vana un senso che altrimenti non avrebbe. E il finale un po’ trasognante e po’ rivolto ad un desiderio di riscatto ci lascia francamente interdetti.
Ma il peccato di scrittura non è l’unico che affligge questo film. A questo, infatti, va accostata una regia tanto magniloquente quanto inutile. Lunghi piani sequenza che sembrano posticci e fini a se stessi, movimenti di macchina articolatissimi, panoramiche a 360° che non trovano ragion d’essere nel film, tranne forse che per un insano, per un regista, peccato di vanità. Viene da chiedersi cosa c’entri il grande Omar Sharif con tutto questo. Deludente.


CAST & CREDITS

(Al Mosafer); Regia: Ahmed Maher; sceneggiatura: Ahmed Maher; fotografia: Marco Onorato; montaggio: Tamer Ezzat e Roberto Perpignani; musica: Fathy Salama; interpreti: Omar Sharif (Hassan, vecchio), Khaled Nabawy (Hassan, giovane), Cyrine AbdelNour (Noura/Nadia), Sherif Ramzy (Ali); produzione: Culture Development Fund, Egyptian Ministry of Culture; distribuzione: Maxus Production; origine: Egitto, 2009; durata: 125’


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