Britannica - Collision

colliṡióne s. f. Scontro, urto tra due corpi in movimento: c. tra due locomotive, tra due apparecchi in volo. In marina, urto fra navi dovuto a causa fortuita, specialmente in caso di nebbia o di foschia, o a errata manovra. In fisica molecolare e atomica, ogni fenomeno di interazione cui consegua uno scambio di energia tra le particelle (molecole, atomi, ioni) interagenti.
Tutto vive in funzione di un attimo, di un unico interminabile momento in cui lamiere, corpi e plastica si fondono tra loro. La drammaticità di una collisione rappresenta l’evento spettacolare per eccellenza e può essere rappresentato nella maniera più eclatante possibile.
Abbiamo visto incidenti di ogni tipo al cinema ma mai, prima d’ora, avevamo apprezzato in un prodotto audiovisivo la narrazione dello stesso. Collision di Anthony Horowitz tenta di farlo con i tempi, i metodi, il linguaggio della serialità televisiva e con la compostezza formale di un tipico approccio british. La nuova miniserie di Itv rappresenta una novità assoluta nel panorama televisivo contemporaneo perché ha il coraggio di raccontare l’essenza della normalità racchiusa nel più traumatico degli eventi: l’incidente stradale. Ne avviene uno e uno soltanto in Collision, ma basta e avanza per innescare un intero procedimento narrativo teso a svelare agli occhi dello spettatore le traiettorie che portano allo schianto.
In cinque episodi vengono così descritte le storie dei personaggi coinvolti e di quelli chiamati a ricostruire la dinamica dello scontro in un susseguirsi di emozionanti scoperte e progressive concessioni allo spettatore. Il metodo con cui quest’ultimo viene reso partecipe è lo stesso che ha fatto le fortune di Lost – i ripetuti passaggi di tempo e l’utilizzo dei flashback per ricostruire le vite dei personaggi interessati – ma con una differenza sostanziale. Nella serie americana gli stacchi continui tra passato e presente rimanevano sospesi nell’indefinibile irrazionalismo che accompagnava le vicende dell’isola, mentre in Collision il metodo acquisisce uno spirito cronachistico (da qui le continue didascalie con i riferimenti temporali) teso a rimettere insieme le singole parti di un puzzle complicato. Per questo motivo l’evoluzione narrativa della serie richiama anche alla mente la scansione cronologica alternata utilizzata da Sidney Lumet in numerosi suoi film (Rapina record a New York e Onora il padre e la madre su tutti), mentre l’aspetto investigativo somiglia, in alcuni tratti, alla struttura di Inside man, film di Spike Lee in cui la progressione della storia avviene parallelamente all’evoluzione delle indagini e alla ricostruzione dei diversi punti di vista.
Pensare a una vicinanza tra tre dei più quotati robbery movie mai realizzati al cinema e una piccola miniserie inglese come Collision potrebbe, in un primo momento, risultare difficoltoso, ma non esiste in realtà una comunione più forte di quella esistente tra l’attimo della rapina e quello dell’incidente stradale. Due istanti drammatici, egualmente riducibili a racconto audiovisivo, perfettamente accomunabili per l’intensità dei sentimenti provocati e per la casualità con cui degli esseri umani vengono coinvolti al loro interno. I personaggi di Collision sono gli stessi di quei film perché, proprio come loro, rappresentano l’espressione più concreta dell’imponderabilità del destino, sono la raffigurazione simbolica di traiettorie che si scontrano (in una banca o in autostrada non fa differenza), di storie che, entrando forzatamente in contatto, creano direzioni nuove e percorsi imprevedibili. Gli stessi raccontati dal Crash di Haggis o raffigurati nella sigla della sua estensione televisiva. Quelli di Collision sono corpi tumefatti, lacerati, dilaniati (l’investigatore affidato al caso è distrutto dal ricordo di un incidente), ma sono anche anime chiamate ad espiare le proprie colpe e a rimediare in nome di una salvezza raggiunta per miracolo.
Si poggia su questo continuo dualismo il serial, su un insieme ben amalgamato al cui interno convivono sullo stesso piano concretezza e spiritualità, sostanza materica e inafferrabilità del fato, cronaca e artificialità. Insomma la ruvidità dell’asfalto da una parte e l’energia di particelle interagenti dall’altro. In un dialogo virtuale giocato nel sottotesto di un prodotto intelligente, accattivante per la sua predisposizione alla sorpresa ma mai estenuante sotto il profilo del ritmo.
Le cinque parti dirette da Marc Evans hanno la capacità di mettere in scena il raffinato script di Horowitz e Michael A. Walker senza appesantirlo di inutili orpelli, mantenendo intatto il minimalismo visivo tipico del prodotto inglese e proteggendo, al contempo, il climax emozionale richiesto da una miniserie chiusa e breve. È così che, pur non affidandosi all’energia della rappresentazione eclatante, gli autori hanno saputo offrire comunque allo spettatore un racconto ricco di suspense e colpi di scena, in cui il mistero rimane padrone per gran parte del tempo e la curiosità cresce in maniera direttamente proporzionale all’intricato evolversi dei percorsi umani raccontati.
E, di certo, è sempre bello tornare a scoprire, di tanto in tanto, il piacere di una buona televisione, magari ispirata dalla quotidianità di un evento insignificante o comunque limitato (l’incidente, la collisione) piuttosto che dai miti letterari, dalle magniloquenze di certe produzioni o dalla sfarzosità di una messa in scena fine a se stessa.
