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Choi Voi (Adrift) - Venezia 66 - Orizzonti

Pubblicato il 7 settembre 2009 da Fabiana Proietti


Choi Voi (Adrift) - Venezia 66 - Orizzonti

Nella giornata dedicata al Leone d’oro alla Carriera a John Lasseter, maestro dell’animazione, la sezione Orizzonti ha visto proiettare quello che pare sinora il film più convincente della sua selezione, la cui vena in questa edizione si è rivelata leggermente appannata.
La pellicola vietnamita Choi Voi - Adrift il titolo internazionale - è un sensuale dramma che ancora una volta, in questa 66a Mostra, si impernia sull’impossibilità di amare, sul sentimento come mancanza, esplicitato, qui, sotto la metafora di un matrimonio "bianco" tra i due protagonisti, Hai e Duyen, che vengono separati sin dalla prima inquadratura.
Se la cerimonia è già avvenuta quando il film comincia, negando alla vista l’atto simbolico della congiunzione dei due, l’incipit dà avvio alla messa in scena di una separazione, continuamente reiterata nel corso della pellicola. Hai, lo sposo, imberbe e assolutamente privo di quei tratti virili che del resto la sposa neppure è in grado di valutare ("E’ attraente? Nel senso di virile", le domanda Cam, l’amica scrittrice, e la giovane le risponde "Cosa significa?"), festeggia da solo, bevendo con gli amici, la celebrazione del matrimonio, mentre lei lo guarda nascosta dietro un paravento.
Procedendo su questa falsa riga, la regia gioca di accumulo nel raccontare questa distanza emotiva sommando i momenti in cui, pur essendo spazialmente attigui, i loro corpi non riescono a trovarsi neanche nell’intimità della stessa inquadratura che, quando riprende l’uno, mette parzialmente fuori campo l’altro.
Ma in generale è proprio l’appagamento del desiderio a essere relegato in fuori campo perché impossibile da attuarsi realmente: il vero assente dalle immagini di Adrift è il compimento di una passione lasciata intuire da gesti preliminari - su tutti la sottoveste di Duyen tagliata via, metonimia della verginità perduta - ma mai mostrata.
La girandola delle passioni irrisolte intreccia storie e personaggi, lasciando i due sposi come vettori di traiettorie parallele che li allontanano sempre più l’uno dall’altra - l’incontro di Hai con la giovanissima Mein, la seduzione di Duyen da parte di Toh - mentre il vero grande amore del racconto, consumato in silenzio, è quello di Cam per Duyen. Un amore che la divora e la sfinisce e la spinge a trovare un uomo che sappia far provare all’amica quel piacere fisico che Hai non sa e lei non può darle, non osando neanche confessarsi.
Mettendo in scena i tormenti dell’animo, l’insofferenza dietro le relazioni ufficializzate e la lacerante frustrazione degli amori non vissuti, il regista Bui Tac Chuyen mostra una totale empatia, con l’erotismo dei corpi e dei volti dei suoi personaggi, imprigionati in un’invisibile gabbia percorsa dall’elettricità sprigionata dagli impulsi repressi e inappagati. E lo fa attraverso un’eleganza dell’immagine che non scade mai nel manierismo, ma duplica piuttosto la sensualità degli intrecci.
Così lontano, così vicino: la pellicola vietnamita pare intimamente affine alle suggestioni che animavano anche il Persécution di Chéreau, inserendole nello spaccato sociale di un Oriente ancora legato a una cultura tradizionale ma di cui si vuole mostrare quello che arde sotto la superficie.


CAST & CREDITS

(Choi Voi); Regia: Bui Tac Chuyen; sceneggiatura: Dang Di Phan; fotografia: Thai Dung Ly; montaggio: Julie Beziau; interpreti: Hai Yen Do (Hai), Do Thi Hai Yen (Duyen), Johnny Nguyen (Toh); musiche: Ngoc Dai Hoang; produzione: Tat Bihn Dang, Film Studio 1, Acrobates Films; origine; Vietnam/Francia 2009; durata: 110’


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