Conferenza stampa con Corneliu Porumboiu: Roma, Casa del Cinema, 04/10/06

Ci troviamo nella Casa del Cinema a Villa Borghese, alla conferenza stampa successiva alla presentazione in anteprima del film A est di Bucarest: sono presenti il regista romeno Corneliu Porumboiu e Luciano Sovena, amministratore delegato dell’Istituto Luce che distribuirà il film in Italia.
Come risaputo da giorni, entra in sala anche il regista Marco Bellocchio, giunto qui per consegnare a Porumboiu il “Gobbo d’oro”, conferitogli dalla giuria del Bobbio Film Festival, costituita dagli allievi del Laboratorio di Tecnica Cinematografica e diretto, parallelamente al festival, da Bellocchio stesso. Purtroppo, a causa di pressanti impegni di lavoro, il maestro italiano dovrà abbandonare la conferenza dopo pochi minuti, ma non prima di aver affermato che «Questo film è un piccolo capolavoro, che merita più del Gobbo d’oro e della Camera d’Or; gli auguro di incontrare i favori del pubblico».
Viene anche annunciato che sarà ospite un altro importante regista del nostro cinema.
Ora si può cominciare con le domande a Porumboiu, da parte di critici rimasti entusiasti dalla visione del suo film.
Ricorda moltissimo lo spirito di altri film, in particolare Goodbye Lenin, ma anche The Red Cockatoo (opera di Dominik Graf, ndr), presentato quest’anno a Berlino.
Non ho visto molti film su questo argomento. Sono stato ispirato da un programma televisivo nella mia città, che ho visto ben sei anni fa: è quello raccontato nel film.
Cosa faceva alla caduta di Ceauşescu?
Inoltre A est di Bucarest ci è sembrato vicino al cinema di Mircea Danieluc, ovvero a quella che, secondo noi, è la tipologia della commedia nel cinema rumeno.
Giocavo a ping-pong, avevo 14 anni. Tornato a casa ho trovato la mia famiglia che guardava gli avvenimenti in televisione e mi sono unito a loro.
Mi piace molto Danieluc: l’umorismo è una componente molto forte nella cultura orientale.
Nel suo film la musica è presente solo nei titoli di testa e nella scena in cui assistiamo alla performance della banda nello studio televisivo: per il resto, niente musica. Il motivo viene svelato nel finale, quando la voce del giovane cameraman dice «Per me la rivoluzione è stata silenzio».
Ndr: Corneliu Porumboiu non può rispondere a questa domanda, poiché fa il suo ingresso in scena Carlo Verdone, che deve consegnare al regista romeno due premi, vinti da A est di Bucarest al Festival Terra di Siena, del quale l’attore italiano è direttore.
Verdone rimarrà fino al termine della conferenza.
Carlo Verdone: il Festival Terra di Siena, concluso quattro giorni fa, ospita più che altro film provenienti da produzioni indipendenti europee: da ciò ne segue che è una vetrina per nuove tendenze e nuovi autori, che non hanno dietro di loro la pressioni delle major. A Siena il pubblico, numeroso, ha votato all’unanimità A est di Bucarest come miglior film, e in più ha dato il premio per il miglior attore ai tre coprotagonisti. Si tratta di un pubblico di studenti, che da sempre apprezza cinematografie particolari.
Quella romena è una cinematografia che si sta affacciando sul panorama internazionale: loro hanno molto da raccontare, perché noi conosciamo poco la loro storia.
Corneliu Porumboiu: mi dispiace di non aver potuto presenziare alla premiazione, ma ero impegnato con la promozione del film in Romania.
Carlo Verdone: non era indispensabile: al Festival Terra di Siena non ci sono “magheggi”, non è necessario essere presenti per venire premiati!
Ndr: ora la stampa riprende a rivolgere domande a Porumboiu.
Ci potrebbe parlare del cast?
Due dei protagonisti li conosco dai tempi dei corti, ho scritto la sceneggiatura pensando a loro. Anche l’altro attore viene dal teatro. Tutti e tre lavorano poco a Bucarest, più che altro in altre città. I personaggi del giornalista e del professore forse sono addirittura alla loro prima esperienza in un lungometraggio.
Quanto è importante il silenzio?
A me non piace utilizzare della musica a supporto e sostegno, per me contano di più i rapporti all’interno del film. Più che pensarlo, lo sentivo e lo ho espresso in questi termini.
A noi occidentali risulta comico il dibattito sull’ora, le 12.08. Solo dopo ne capiamo l’importanza. E’ davvero così in Romania? Ancora oggi c’è un tale dibattito in Romania?
No. Il film parla della marginalità: ero interessato a vedere cosa succedeva nella periferia. Alcune persone hanno cercato di partecipare alla Storia. Comunque mi sono documentato sui giornali del tempo: ci è stato davvero un dibattito sul tema «Abbiamo partecipato alla rivoluzione?».
E poi ognuno ha la propria verità, basata sui propri ricordi: ed è quello che mi interessava.
Il tempo passa rapidamente, molti sono i cambiamenti. Esistono diverse teorie su quello che è accaduto.
Film bellissimo! Da dove viene quella banda musicale che suona a modo suo, prima che il giornalista la richiami all’ordine?
E’ una vera band. E stata aggiunta in seguito alla sceneggiatura. Suona in un corso in una scuola di musica. Le soap-opera sono un veicolo di diffusione della cultura latino-americana in Romania: e la band nel film cerca di imitare quel genere di musica. Dopo suonano una canzone tradizionale romena.
Io conosco e amo molto la Romania e in A est di Bucarest ho molto apprezzato le sfumature: lo squallore delle costruzioni di Ceauşescu, i block, attraverso i quali ha distrutto bellezze incredibili, vecchie città addirittura. In che città ha girato?
Vaslui, la mia città natale, e nel quartiere in cui sono cresciuto, oltre che nelle case dei miei amici.
Potresti spiegarci di più il parallelo dei lampioni che si illuminano?
E’ la fine del film: se dico qualcosa di più, rischio di andare in confusione. Ciascuno ha la propria verità e visione del mondo: ognuno quindi ha una sua teoria su come si accendono i lampioni.
Esistono tanti film con al centro interrogatori e inquisizione. Ma al tempo di Ceauşescu lei era così giovane: ciò ha influito nella scena della trasmissione televisiva?
In realtà no, l’ispirazione mi è venuta dal quel programma tv che ho visto. All’inizio ho riso, dopo mi sono arrabbiato e ho spento il televisore. A quel punto mi sono interessato a capire cosa sia successo alle 12.08.
Negli anni del regime comunista, dopo scuola dovevo marciare con la classe per celebrare chissà cosa. Comunque non ne ero veramente consapevole.
Lei ha diretto tutti attori teatrali: è stato tutto scritto su copione, oppure c’è stata improvvisazione? Nella lunga scena nello studio tv, i tempi comici sono perfetti.
Prima ho scritto la sceneggiatura, poi ho girato per dieci giorni; di sera e notte cambiavo il copione dopo le discussioni con gli attori, tagli e riscritture delle scene. Nella scena del programma tv, ogni battuta è lì solo perché è essenziale; le riprese di quell’episodio sono durate sei giorni.
Come mai solo uno straniero difende il professore in questo dibattito che diventa sempre più un processo?
Perché alla fine lo straniero è l’unico suo amico. Questo film parla dell’apparenza: gli rinfacciano che beve, perché un eroe non può bere.
Sono molto interessato al discorso secondo cui il ricordo influenza la nostra storia: in questo senso, non esiste la verità storica.
In quante copie uscirà il film?
Luciano Sovena: esce domani (giovedì 5 ottobre, ndr) in 20 copie. Lo abbiamo comprato a Cannes, prima che vincesse la Camera d’Or. Abbiamo distribuito anche Lettere dal Sahara (opera di Vittorio De Seta presentata fuori concorso all’ultimo edizione del Festival di Venezia, ndr). Questa settimana siamo anche penalizzati dallo sciopero dei giornalisti e dovremo poi realizzare i trailer: questa conferenza stampa e il Festival di Verdone diventano così molto importanti per noi.
Carlo Verdone: capisco i problemi dell’Istituto Luce. La tv ormai la fa da padrona: in questo modo il cinema, però, può contare su di un pubblico di qualità, un vero e proprio zoccolo duro. Un film come Goodbye Lenin, ad esempio, è andato avanti grazie al passaparola. Si sente il bisogno di film coraggiosi e intelligenti, provenienti da cinematografie sconosciute.
